di Robert Louis Stevenson
“… cominciai a scrivere queste pagine con uno scopo ben definito: dovevo essere l’Advocatus, non, spero, del Diavolo, ma della Gioventù. Volevo sostenere, con moderazione, le opinioni dei giovani opposte a quelle degli adulti; esplorare tutto il campo in cui si fronteggiano, e infine produrre un volumetto di particolari prove a difesa che potrei intitolare, senza timore di sbagliare, vita a venticinque anni”.
E’ indubbio che la gente dovrebbe starsene molto in ozio in gioventù. Sebbene capiti qualche volta che un lord Macaulay concluda la scuola con tutti gli onori pur restando intelligente, quasi tutti i ragazzi pagano care le proprie medaglie, tanto da rimaner per sempre senza risorse, e iniziano la vita da una situazione fallimentare. E ciò vale per tutto il tempo in cui un giovane educa se stesso o tollera che altri lo educhino.
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Doveva essere un pazzo quell’anziano gentiluomo che a Oxford si rivolse a Johnson con queste parole: – Ragazzo, usa con diligenza i tuoi libri e assicurati una quantità di conoscenze; adesso, perché quando gli anni si accumuleranno su di te troverai che immergerti nei libri sarà divenuto un compito davvero molesto. Quel vecchio sembra non essersi accorto che molte altre cose oltre al leggere, diventano moleste – alcune anzi impossibili – quando un uomo deve usare occhiali e bastone.
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I libri sono una bella cosa a modo loro, ma sono un ben misero surrogato della vita. E’ un peccato star seduti, come la lady di Shalott, a scrutare uno specchio, e voltare le spalle al tumulto affascinante della realtà. E se un uomo legge molto, ricorda il vecchio proverbio, ha poco tempo per pensare.
Provate a ricordare i tempi della vostra scuola, sono sicuro che non rimpiangerete le intense, vivide, istruttive ore in cui avete marinato le lezioni. Piuttosto cancellereste volentieri certi opachi momenti, in classe, vacillanti tra il sonno e la veglia. Per quanto mi riguarda ai miei tempi ho assistito ad alcune buone lezioni. Ricordo ancora che il roteare della trottola è un caso di stabilità cinetica, che l’enfiteusi non è una malattia, né lo stillicidio un crimine. Eppure anche se non rinuncerei volentieri a questi brandelli di scienza, non mi sembrano importanti quanto certi rimasugli della mia vita vagabonda, quando marinavo la scuola.
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Non è ora il momento di dilungarsi su quell’efficacissimo luogo di educazione, la strada, che fu la scuola favorita dei Dickens e dei Balzac, e che produce ogni anno molti ingloriosi maestri di Scienza della Vita. Basti dire che se un ragazzo non è in grado di imparare qualcosa dalla strada, non è in grado di imparare nulla. D’altronde chi marina la scuola non sta sempre in strada, se vuole se ne può andare in campagna, attraverso i sobborghi rigogliosi di giardini. Può capitare in un bosco di lillà accanto a un ruscello, e fumarsi la pipa ascoltando la canzone dell’acqua sulle pietre. Un uccello canterà nel folto. Ed egli potrà abbandonarsi a una corrente di pensieri benevoli e vedere le cose in una nuova prospettiva. Se questa non è educazione, che cosa lo è?
19 aprile 2026
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