Paolo Valentino ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui scrive dello straordinario successo delle opposizioni nelle elezioni politiche ungheresi.
Sostiene Valentino: ”A urne ancora aperte, la vittoria di Magyar appare completa. Nonostante il truffaldino sistema elettorale cucito su misura per Orbán e il Fidesz, Tisza, il partito dello sfidante, ha infatti ottime probabilità di ottenere la maggioranza di due terzi nell’országház, il Parlamento di Budapest, che gli consentirebbe di modificare la Costituzione. Fin d’ora è chiaro che quella in Ungheria non è stata un’elezione, ma una rivoluzione. A partire dall’affluenza alle urne che ha sfiorato l’80%, la più alta partecipazione al voto dalla caduta del comunismo e un chiaro segnale che gli ungheresi hanno capito l’importanza della posta in gioco e hanno risposto a tono”.
L’editoriale interpreta la sconfitta elettorale di Viktor Orbán come un evento storico di portata europea, non solo nazionale. Dopo sedici anni di potere, durante i quali l’Ungheria è stata trasformata in una democrazia illiberale, il leader sovranista viene travolto da una vera e propria rivoluzione elettorale.
A Budapest trionfa Péter Magyar, leader del partito Tisza, che riesce a smascherare le contraddizioni, la corruzione e gli abusi del sistema costruito da Orbán. Nonostante un sistema elettorale modellato per favorire il Fidesz, il nuovo schieramento ha concrete possibilità di conquistare una maggioranza qualificata, tale da permettere una revisione costituzionale.
Elemento decisivo è l’altissima affluenza, vicina all’80%: la più elevata dalla fine del comunismo. Per Valentino questo dato certifica che gli ungheresi hanno compreso la posta in gioco e hanno scelto di reagire, dimostrando che la partecipazione democratica può ancora essere un’arma efficace contro l’autoritarismo.
La parabola di Orbán viene inserita in una cornice simbolica: sedici anni di potere, come Helmut Kohl e Angela Merkel, a sottolineare come anche i leader apparentemente inamovibili possano arrivare a un punto di rottura.
Nella parte finale, l’autore allarga lo sguardo alle nuove generazioni, contestando lo stereotipo occidentale che le descrive come apatiche, disimpegnate e concentrate solo sul digitale. Valentino ricorda che, fuori dall’Europa più comoda, esistono giovani iraniani, greci, indiani, africani che vivono condizioni dure, responsabilità precoci e un rapporto molto concreto con la politica e lo Stato.
Il messaggio conclusivo è chiaro: la vittoria di Magyar dimostra che la democrazia liberale può ancora difendersi, e che a vincere non è solo l’Ungheria, ma anche l’Unione Europea, quando i cittadini tornano a crederci. Inoltre, il desiderio di cambiamento delle nuove generazioni non passa solo dal web, ma anche dalla partecipazione reale e collettiva.
13 aprile 2026
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