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Esteri

Un equilibrio difficile ma vitale

L’ambasciatore Giampiero Massolo ha pubblicato un articolo sulla crisi tra Stati Uniti e Iran e in cui scrive del mancato accordo tra le due parti ad Islamabad: troppa sfiducia reciproca, troppo massimalismo.

Scrive Massolo: ”E ora Trump prova il blocco navale per soffocare Teheran. Mentre l’Iran scommette di poter assorbire altro dolore, di rischiare una nuova escalation americana (…) Le rispettive narrative proclamano vittoria. Il regime iraniano è ancora in piedi, Teheran controlla Hormuz e chiede concessioni sui fondi congelati, sul diritto all’arricchimento e sul Libano. Gli americani — forti della loro rendita energetica — rivendicano non a torto un Iran mai così indebolito, forse compromesso a medio termine. Ma al di là della sicurezza ostentata, Washington si trova di nuovo alle prese con i mercati impazziti e una base elettorale spazientita”.

Il vicolo cieco di Islamabad

Il fallimento dei negoziati in Pakistan evidenzia una distanza apparentemente incolmabile: da un lato il massimalismo di Trump, che punta al blocco navale per soffocare l’economia di Teheran; dall’altro la resilienza dell’Iran, convinto di poter assorbire la pressione economica pur di non cedere il controllo dello Stretto di Hormuz o il proprio programma nucleare.

Vittorie apparenti e vulnerabilità reali

Entrambe le potenze sbandierano successi, ma nascondono fragilità:

  • Teheran: Il regime resiste e mantiene il potere di veto sui traffici marittimi, ma è indebolito come mai prima d’ora.
  • Washington: Gli USA vantano l’indipendenza energetica, ma Trump deve fare i conti con l’instabilità dei mercati e l’impazienza dell’elettorato interno.

L’ipotesi di un “condominio” forzato

L’unica via d’uscita razionale sarebbe un equilibrio di fatto (un “condominio”), basato su un nuovo rapporto di forza:

  • L’Iran accetta di non bloccare Hormuz.
  • Gli Stati Uniti mantengono il diritto di intervenire militarmente in caso di violazioni.

Gli ostacoli alla stabilità

Tre fattori rendono questo equilibrio estremamente difficile da raggiungere:

  1. L’eccessiva fiducia di Trump nella superiorità militare tecnologica (che però, senza truppe di terra, potrebbe non bastare a tenere aperto Hormuz).
  2. Le ambizioni di Netanyahu, che spinge per un colpo definitivo al regime iraniano.
  3. Il ruolo della Cina: Nuovi negoziati darebbero a Pechino una leva diplomatica troppo forte su Washington, opzione che Trump vorrebbe evitare.

Conclusione

L’autore ipotizza che solo dopo ulteriori scambi di forza (raid aerei e navali) le parti possano approdare a una gestione consensuale e pragmatica delle sanzioni, del nucleare e delle rotte marittime. Un compromesso “silenzioso”, coperto da retorica aggressiva, che converrebbe paradossalmente anche alla Cina per stabilizzare i prezzi dell’energia senza però concedere una vittoria totale agli Stati Uniti.

13 aprile 2026