di Antonello Catani
Fra le tante notizie surreali di questi tempi ve ne sono alcune che confermano la strisciante sopraffazione esercitata dall’Unione europea a danno degli Europei.
Come noto, il Consiglio europeo ha adottato formalmente la risoluzione che prevede il divieto alle importazioni di gas russo entro la fine del 2027. La risoluzione in questione è stata presentata non come un’ennesima sanzione, che avrebbe richiesto una votazione all’unanimità, e quindi il blocco da parte di nazioni come Ungheria o Slovacchia, ma come una decisione di politica commerciale, che richiede al contrario solo la maggioranza qualificata dei voti. Grazie a questo “trucco legale”, come lo ha definito il ministro degli esteri ungherese Szijjarto, la EU ha aggirato le opposizioni dell’Ungheria e della Slovacchia, che dipendono pesantemente dal gas russo e che sono inoltre ree di non condividere le politiche di Bruxelles nei confronti dell’Ucraina e della Russia.
Non stupisce che entrambe le nazioni abbiano dichiarato che faranno causa all’Unione europea.
La risoluzione in questione è significativa perché costituisce un ennesimo esempio delle assurdità ma anche della crescente pericolosità istituzionale che ormai da anni caratterizzano l’operato di Bruxelles. Abolire il gas russo, creando così altre dipendenze, eventualmente più care, con la probabile conseguenza di creare problemi economici a degli Stati membri, non solo non ha senso, ma è anche cinico. L’intenzione inoltre di colpire economicamente in tal nodo la Russia è a sua volta una pura fantasia, poiché il divieto anche alle scarse importazioni ormai rimaste, rispetto alla mole del passato, non introdurrà significativi problemi per l’economia russa.
A parte questi aspetti, l’elemento ancora più inaccettabile è il progressivo e ormai lampante progetto di eliminare l’autonomia e le resistenze interne degli Stati membri, sostituendo il criterio dell’unanimità con quello della maggioranza qualificata. Non è una coincidenza che anche la sedicente rappresentante agli affari esteri della UE, Kaja Kallas, perori ardentemente l’abbandono del criterio dell’unanimità, che secondo costei ritarderebbe e appesantirebbe l’operato dell’istituzione. Non è inoltre ancora una coincidenza che queste e altre simili disinvolte iniziative provengano sempre dallo stesso vivaio di personaggi non eletti della Commissione europea che spadroneggiano sulle vicende europee, sostanzialmente senza controllo ma anche con sempre minore credibilità.
Non vi è si può dire un passo, un provvedimento che non riveli il dilettantismo, l’ipocrisia, l’autoritarismo e anche la coltre di ambiguità che circondano sempre più la politica della Commissione europea in particolare, che è il motore delle iniziative più rovinose.
La risoluzione sopra citata è del resto un esempio macroscopico dell’ottusità delle misure patrocinate dall’organismo. Nonostante i rovinosi effetti della dell’industrializzazione europea provocati da funambolesche e posticce preoccupazioni anti-inquinamento, nonostante gli effetti devastanti sull’economia tedesca in particolare provocati dal sabotaggio del Nord Stream, essa promuove un’ulteriore e totale ostacolo a una fonte energetica che stava all’origine del miracolo tedesco, ma che favoriva anche altre economie europee.
La domanda che sorge spontanea è come mai la classe imprenditoriale europea, piuttosto che il qualsiasi cittadino notoriamente distratto e spesso anche pigro, come mai imprenditori e operatori economici sopportano simili e analoghi attentati al benessere dell’economia senza chiedere i pensionamenti anticipati di tutti coloro che partoriscono progetti così rovinosi?
L’ottusità è talmente vistosa da chiedersi se per caso non sia semplicemente il paravento di progetti ancora più tenebrosi. Ma anche senza ricorrere a ipotesi di questo tipo, la stessa ostinazione nel sostenere un regime dittatoriale come quello ucraino rimanda a scenari inquietanti. Come si spiegano infatti la legittimazione e gli occhi chiusi nei confronti del famigerato e non lodato Battaglione Azov che protegge il regime di Zelenski? Come spiegare l’imperterrito sostegno a un commediante come il presunto Presidente Zelenski, in realtà un gangster con alle spalle 2 milioni di morti e che continua a mandare allo sbaraglio giovani catturati nella strada? Come si spiega la totale omertà, l’assoluto silenzio di fronte alla mole di indizi della corruzione attorno allo spavaldo mendicante in maglietta? Come si spiega l’assurdità di continuare a fornire armi all’Ucraina, quando è palese la sua sempre più devastante sconfitta? E come è possibile continuare a sbandierare le frottole di una Crimea “annessa” e dimenticare che la maggioranza della popolazione Donbass è russa?
Le uniche spiegazioni logiche solo in parte rimandano alla miopia e al dilettantismo. In realtà, questa passione bellica europea, questo amore per le forniture militari, per gli aiuti smodati e parossistici a un Pese vittima di una guerra per procura e ostaggio di una banda di criminali, rimandano inevitabilmente a fattori meno limpidi ma comunque realistici e banali. Fuori dalle cantilene ufficiali e di rito, la semplice verità è che l’Ucraina è una gallina d’oro per i fabbricanti e i mercanti di armi. Essa aiuta leader falliti a rimanere al potere. La continuazione della guerra, alimentata da forniture di armi e flussi di denaro, permette a un sedicente Presidente di salvare la sua sempre più incerta carica. Ma soprattutto, la continuazione a oltranza del conflitto ucraino non solo legittima un’istituzione che ha affossato l’Europa sotto una montagna di regolamenti e direttive, ma favorisce anche e giustifica il suo sempre meno nascosto progetto di accentramento di poteri e distruzione delle autonomie nazionali.
A parte onorevoli eccezioni, sembra che siano in molti, sia uomini politici che semplici cittadini, a non accorgersene o a non preoccuparsene. È un peccato.
31 gennaio 2026




