Il prof. Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale in cui delinea un quadro allarmante: l’Unione Europea si trova oggi in un “mondo di predatori” (potenze che usano la forza militare ed economica al posto delle regole), ma è strutturalmente incapace di difendersi a causa di un’architettura istituzionale obsoleta.
‘Scrive Fabbrini che: ”l’Ue si è sviluppata grazie ad un sistema internazionale in cui, fino alla caduta del muro di Berlino, la sua istituzionalizzazione era stata protetta dagli americani e, dopo quella caduta, da un sistema unipolare che sembrava andare verso la fine della storia. In quel contesto, l’Ue ha agito come una potenza normativa, capace di condizionare il mondo con le sue regole, i suoi valori e il suo mercato. L’Ue non era stata chiamata a prendere decisioni strategiche, prima della caduta del muro perché erano gli americani a prenderle e dopo la caduta del muro perché si riteneva che non fosse più necessario prenderle. Così, essa si è strutturata senza un sistema decisionale unico, coerente e legittimo. Nelle questioni economiche, ha riconosciuto alla Commissione europea un ruolo esecutivo, ma nelle questioni strategiche (come la sicurezza) quel ruolo esecutivo è stato rivendicato dai governi nazionali, operanti all’interno del Consiglio europeo sulla base del principio di unanimità. È sembrato anzi che tale modello decentrato e confuso di prendere decisioni fosse una virtù dell’Ue, in quanto magnificava il suo pluralismo. Ma nel nuovo disordine internazionale, la virtù si è trasformata in un vizio. La confusione ha generato una regolare paralisi decisionale, il coinvolgimento diretto dei governi nazionali ha esaltato le divisioni tra di essi, l’introversione ha impedito di guardare cosa succedesse fuori. Una preda ideale per i predatori”.
Ecco una sintesi dei punti chiave del suo ragionamento:
1. La fine dell’illusione protetta
L’UE è nata e cresciuta in un “bozzolo”: prima protetta dall’ombrello americano durante la Guerra Fredda, poi illusa dalla “fine della storia” dopo l’89. In quel periodo, l’Europa poteva permettersi di essere solo una potenza normativa (creare regole e standard), lasciando ad altri le decisioni strategiche. Oggi quel mondo è finito: la Russia e persino gli Stati Uniti (sotto la spinta dei nazionalismi) stanno smantellando l’ordine multilaterale.
2. Il “vizio” decisionale: troppi presidenti, troppa paralisi
Il modello europeo attuale è diviso e inefficiente:
- Economia: gestita dalla Commissione Europea (ruolo esecutivo).
- Sicurezza e strategia: gestita dai governi nazionali nel Consiglio Europeo, spesso bloccati dal diritto di veto (unanimità).
- Dualismo inutile: la distinzione tra il Presidente della Commissione e quello del Consiglio Europeo crea confusione esterna e paralisi interna. Fabbrini sottolinea che oggi economia e sicurezza sono facce della stessa medaglia: la guerra dei dazi è sicurezza, così come la guerra in Ucraina è economia.
3. La proposta: un esecutivo unificato
Per reagire, l’UE deve dotarsi di una vera capacità decisionale attraverso:
- Voto a maggioranza qualificata: superamento del veto nel Consiglio Europeo.
- Unificazione degli esecutivi: un solo leader legittimato democraticamente, indipendente sia dalle gerarchie parlamentari (che favorirebbero i grandi stati per numero di cittadini) sia da quelle intergovernative (che favorirebbero i grandi stati per risorse).
- Controllo democratico: un potere esecutivo forte bilanciato da un legislativo sovranazionale, per evitare derive post-democratiche.
4. La via d’uscita: una “Schengen della difesa”
Poiché la riforma dei Trattati è rischiosa (potrebbe essere usata dai sovranisti per smantellare l’UE invece di rafforzarla) e richiede l’unanimità, Fabbrini propone di uscire dai Trattati attuali per quanto riguarda la sicurezza. La soluzione suggerita è la creazione di una “Schengen della difesa”: un’integrazione militare avanzata tra i paesi che ci stanno, libera dai veti degli antieuropeisti e sottoposta a controllo parlamentare sovranazionale.
In sintesi: L’Europa deve smettere di comportarsi come una preda burocratica e trasformarsi in un attore politico unitario, superando il dualismo dei suoi vertici e il ricatto del veto nazionale.
1 febbraio 2026





