Beppe Severgnini in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera riflette sulla profonda crisi d’identità degli Stati Uniti, partendo dal contrasto tra l’America idealizzata della cultura pop e la cruda realtà attuale.
Sostiene, infatti, Severgnini: ”Gli Stati Uniti, cinquant’anni fa, ci raccontavano com’erano stati e cosa avrebbero voluto essere. Davanti a un televisore italiano, noi pensavamo: quel posto ci piace. Ingenui? Certo. Ma fantasie e desideri, spesso, lo sono. Non diventerebbero così potenti, altrimenti. A Milwaukee, Wisconsin, di fronte alle fotocamere dei residenti e agli occhi del mondo, si scontrano due nazioni. Incredula e disgustata, la prima. Ottusa e incattivita, la seconda. Da quale recesso dell’anima americana sbucano gli energumeni della Immigration and Customs Enforcement? Sguinzagliati nel gelo di Milwaukee, con la scritta Ice (ghiaccio!) sulle spalle, sembrano uscire da una serie distopica. Davvero li vogliamo in Italia per le Olimpiadi? Cosa c’entrano con l’America che amiamo?”
Ecco i punti principali della sua analisi:
- Il simbolo tradito: l’autore prende come punto di partenza Milwaukee, la città di Happy Days e della statua di Fonzie, oggi teatro di un clima cupo e violento. L’omicidio dell’infermiere Alex Pretti e l’azione aggressiva degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) diventano il simbolo di un’America “ottusa e incattivita”, lontana dal sogno americano che ha affascinato l’Europa per decenni.
- Due nazioni in conflitto: Severgnini descrive una spaccatura interna tra chi osserva con disgusto la deriva autoritaria e chi invece alimenta questa nuova chiusura. Viene citata la tesi di un accademico: la “vecchia povertà culturale” viene usata dalla “nuova ricchezza digitale” per vendicarsi del progresso e del multiculturalismo che hanno caratterizzato i decenni passati.
- Lo scollamento culturale: prodotti culturali recenti (come la serie The Paper) appaiono ormai “fuori sincrono” rispetto allo spirito del tempo dominato da Donald Trump. Quell’America accogliente e ottimista sembra svanita, lasciando il posto a una nazione che mente “alla maniera dei regimi autoritari”.
- La crisi delle università: un dato concreto di questo declino è il crollo delle iscrizioni degli studenti internazionali (previsto fino al -40% per il 2026). Le università, definite “sismografi morali”, segnalano che il mondo non si fida più degli Stati Uniti come guida e modello educativo.
- Il futuro incerto: in attesa delle elezioni di Midterm, Severgnini chiude con un paradosso: persino un personaggio leggero come Fonzie avrebbe oggi molto da insegnare a Donald Trump sulla differenza tra essere “duri” davvero e fare semplicemente i bulli, avvertendo che questa deriva rischia di portare il Paese a scontrarsi contro un muro.
In sintesi, l’articolo è un amaro addio all’America dell’immaginario collettivo, sostituita da una realtà distopica che sta perdendo il suo potere di attrazione e la sua autorità morale nel mondo.
29 gennaio 2026





