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Editoriali

La voce dei falchi russi che cavalca la misoginia

Anna Zafesova ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui analizza il violento attacco verbale lanciato dal principale propagandista del Cremlino, Vladimir Solovyov, contro la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Insulti sessisti e di una volgarità inconsueta persino per gli standard della propaganda russa vengono interpretati non come uno sfogo personale, ma come un segnale politico.

Dice Zafesova: ”Vladimir Solovyov sembra essersi dimenticato un po’ l’italiano, negli ultimi anni che non riesce a frequentare più le sue ville sul lago di Como. Quando, nella sua trasmissione radiofonica quotidiana, decide di insultare Giorgia Meloni, alza la voce in uno strillo quasi isterico, con un accento che ricorda quello di certi agenti del Kgb nei film di 007 degli anni Settanta. Sembra furioso, quando accusa la presidente del consiglio italiana di essere una «vergogna della razza umana», «idiota patentata» e infine «puta Meloni». Parole scandite, sputate, rabbiose, che poi il conduttore televisivo più importante della propaganda putiniana spiega con voce più calma, in russo: «Meloni è una canaglia fascista, ha tradito i suoi elettori perché si è fatta eleggere con altri slogan, il tradimento è il suo secondo nome, ha tradito anche Trump, al quale aveva giurato fedeltà».

Zafesova colloca l’episodio nel quadro della radicalizzazione dei “falchi” russi, il fronte più militarista e aggressivo legato a servizi e apparati di sicurezza, che usa un linguaggio disumanizzante come strumento di potere. Solovyov, noto per invocazioni alla distruzione dell’Europa e per l’odio sistematico verso dissidenti e ucraini, agisce spesso come anticipatore delle linee più dure del Cremlino, amplificandone ossessioni e nemici.

Nel caso italiano, la furia è spiegata dalla “delusione” di Mosca: il governo Meloni, inizialmente considerato non ostile, ha invece consolidato il sostegno all’Ucraina, rafforzando il rapporto con Volodymyr Zelensky e assumendo posizioni atlantiste anche tramite il ministro della Difesa Guido Crosetto. Questo ha provocato reazioni ufficiali, come gli attacchi della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

L’insistenza di Solovyov sul tema del “tradimento”, associato persino alla difesa di Donald Trump, riflette una fissazione tipica del sistema putiniano e richiama direttamente l’immaginario di Vladimir Putin.

C’è poi una dimensione personale: Solovyov è stato colpito dalle sanzioni europee dopo l’invasione dell’Ucraina, con il sequestro delle sue ville sul lago di Como, scoperte anni prima dall’oppositore Alexey Navalny. Un legame con l’Italia che si è trasformato in rancore.

Infine, l’articolo lega l’attacco a Meloni a una battaglia interna ai media russi. Solovyov è coinvolto in uno scontro con la blogger Viktoria Bonya, che ha denunciato il maschilismo dei propagandisti e ha raccolto consenso soprattutto tra le donne. La misoginia diventa così un’arma politica: da un lato i falchi la usano per intimidire, dall’altro rischia di ritorcersi contro il regime, tanto che il Cremlino sembra aver ordinato di abbassare i toni.

Tesi centrale:
L’attacco sessista a Meloni non è un incidente retorico, ma un sintomo della lotta interna al potere russo, della frustrazione per il fallimento delle aspettative sull’Italia e dell’uso sistematico della misoginia come strumento di propaganda e controllo politico.

22 aprile 2026