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Esteri

Trump e il cambio di regime a blocchi. A lui il petrolio, il resto a Rodriguez e ai suoi

Gabriele Segre ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui parla del recente intervento americano in Venezuela per riflettere sulla complessa e apparentemente contraddittoria strategia di politica estera di Donald Trump. Secondo l’autore, le mosse del Tycoon (prelevare Maduro, annunciare la gestione del Paese, reclamare il petrolio e poi attaccare l’opposizione democratica venezuelana) sembrano prive di una logica coerente se lette con le lenti tradizionali della diplomazia.

Per Segre: ”Donald prende il Venezuela. Maduro viene prelevato a Caracas. Trump annuncia che «gestiremo noi il paese». Poi dice che vuole il petrolio. Poi minaccia una seconda ondata se non ottiene quello che vuole. Poi attacca l’opposizione democratica venezuelana, l’unico attore che dovrebbe raccogliere il risultato dell’intervento. Vista dal tavolo accanto, questa sequenza appare tanto delirante quanto pericolosa. Ognuna di queste mosse, prese isolatamente, possono avere senso, ma se si leggono come parti di un’unica partita il quadro si sfalda. Non si capisce se stiamo assistendo all’esportazione della democrazia di bushiana memoria, a un rigurgito dell’imperialismo predatorio vecchio stampo, a una classica operazione di deterrenza regionale contro Russia e Cina, oppure ancora a una dimostrazione di forza puramente negoziale. Ogni interpretazione funziona per qualche mossa e crolla sulle successive. Le azioni si contraddicono e si neutralizzano a vicenda e il puzzle, invece di comporsi pezzo per pezzo, assomiglia piuttosto a un tavolo dopo una rissa, con fiches sparse ovunque e nessuno più certo di chi stia puntando o bluffando”.

E continua: ”. I veri avversari di Trump sono a Pechino e a Mosca. Per Donald il punto non è Maduro o il petrolio, ma dimostrare a Xi e Putin che quando dice «lo faccio», lo fa davvero. Che le sue minacce non sono un bluff. Letta così, molte contraddizioni si ricompongono. Non servono divisioni armate perché l’obiettivo non è occupare ma dimostrare la capacità di farlo. Non serve democrazia perché il bersaglio vero è limitare l’accesso cinese alle risorse. Ogni mossa accumula credibilità negoziale — carte per la partita vera, quella per il nuovo equilibrio globale”.

L’articolo esplora tre possibili chiavi di lettura:

  1. Controllo territoriale (logica classica): se l’obiettivo fosse occupare e ricostruire il Venezuela (come in Iraq o Afghanistan), la strategia di Trump fallirebbe per mancanza di un piano istituzionale e per l’ostilità verso gli unici alleati possibili (l’opposizione).
  2. Operazione “shock and awe” (logica rapida): se l’obiettivo fosse solo mostrare forza e uscire subito, non avrebbe senso dichiarare di voler gestire il Paese o riorganizzarne le risorse energetiche.
  3. Credibilità negoziale (la tesi principale): questa è la lettura più plausibile secondo Segre. Il Venezuela non è il vero obiettivo, ma un “tavolo preparatorio”. Trump agisce in modo aggressivo e imprevedibile per inviare un messaggio chiaro a Xi Jinping e Vladimir Putin. Il punto non è Maduro, ma dimostrare ai grandi rivali globali che lui è pronto a passare dalle parole ai fatti. Ogni azione serve ad accumulare “fiches” e credibilità per la partita vera: la rinegoziazione dell’ordine mondiale.

Conclusione: Trump si conferma un deal maker che usa la “credibilità spietata” e l’instabilità come strumenti di pressione. Il rischio estremo, avverte Segre, è che questa strategia di segnali ambigui porti a un’escalation concreta: se gli altri attori interpretano una dimostrazione di forza come l’inizio di una guerra totale, il tavolo rischia di saltare definitivamente. Liquidare le mosse di Trump come semplice caos sarebbe l’errore più grave.

13 gennaio 2026