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Esteri

I blogger russi contro Putin. Si sgretola il mito della vittoria

Giovanni Pigni ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui analizza il cortocircuito comunicativo e ideologico avvenuto in Russia al raggiungimento di una data simbolica.

Ha scritto Pigni: ”Dopo 1.418 giorni di guerra, la nostra reputazione militare è gravemente compromessa», ha scritto ieri il pubblicista russo Maksim Kalashnikov, comparando la recente operazione di regime change statunitense in Venezuela con il fallito Blitzkrieg di Mosca all’inizio della guerra in Ucraina. Mille e 418 giorni: una cifra dal significato simbolico difficile da ignorare in Russia. È la durata della Grande Guerra Patriottica, come qui viene ricordata la lotta dell’Unione Sovietica contro la Germania nazista. Un conflitto che ancora oggi definisce la memoria collettiva del popolo russo, iniziato il 22 giugno 1941, quando le forze armate del Terzo Reich invasero il territorio sovietico, e conclusosi il 9 maggio 1945 con la bandiera sovietica issata sul Reichstag a Berlino” E ancora: ”«nell’operazione militare speciale la maggior parte della popolazione, alla vista dei volontari, alza nervosamente gli occhi al cielo».

Il peso del numero 1.418

Il fulcro dell’articolo è il raggiungimento del 1.418° giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina. Questo numero ha un valore sacro per la memoria russa: è l’esatta durata della “Grande Guerra Patriottica” (1941-1945).

  • Il paragone scomodo: mentre in 1.418 giorni l’Unione Sovietica passò dall’invasione nazista alla conquista di Berlino, oggi l’esercito di Putin appare impantanato.
  • Il silenzio del Cremlino: la propaganda ufficiale, che solitamente abusa dei riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale per nobilitare il conflitto attuale, ha ignorato la ricorrenza per evitare un confronto imbarazzante tra i trionfi del passato e i modesti risultati presenti (nel 2025 la Russia ha conquistato meno dell’1% del territorio ucraino).

La reazione dei “Blogger Z”

Se i media di Stato tacciono, i blogger ultranazionalisti su Telegram (i cosiddetti “Blogger Z”) hanno espresso malumore e sarcasmo, segnando uno sgretolamento del mito della vittoria rapida:

  • L’evidenza del fallimento: Canali come Rusich sottolineano con amarezza che, allo scadere dello stesso tempo che servì a piegare Hitler, l’esito della “operazione militare speciale” è ancora lontano e incerto.
  • Critica all’inefficacia: lo scrittore Zakhar Prilepin ironizza sull’uso dei missili ipersonici Oreshnik, presentati come armi terrorizzanti che però non sembrano cambiare l’inerzia del conflitto né spaventare realmente l’Occidente.
  • Vittoria o spreco: Boris Rozhin (Colonel Cassad) avverte che solo la vittoria finale può giustificare l’enorme perdita di vite e risorse; senza di essa, tutto sarà stato “sprecato invano”.

Una società divisa

L’articolo evidenzia una differenza strutturale tra i due conflitti che irrita la base più radicale:

  • Mobilitazione vs normalità: mentre la Seconda Guerra Mondiale fu uno sforzo totale del popolo sovietico, la guerra di Putin è combattuta da volontari e mercenari mentre gran parte della popolazione russa continua a vivere una vita normale, guardando con distacco o fastidio chi combatte.
  • Il confronto con gli USA: alcuni osservatori russi (come Maksim Kalashnikov) arrivano a paragonare l’efficienza del recente blitz americano in Venezuela con il fallito “colpo lampo” di Mosca su Kyiv, evidenziando una crisi di reputazione militare per la Russia.

In sintesi, il mito della “Vittoria” pilastro del regime putiniano sta subendo un logoramento interno: la realtà di una guerra lunga e dai risultati esigui rende il paragone con il passato eroico non più un vanto, ma un atto di accusa contro la leadership del Cremlino.

12 gennaio 2026