Fabio Dragoni pubblica su La Verità un articolo contenenete un’intervista al professor Nicola Pedde, direttore generale dell’Institute for Global Studies.
L’analisi parte dall’attivismo dell’amministrazione Trump per arrivare al cuore della crisi iraniana e alla sua possibile evoluzione.
Afferma Pedde: «Trump ha avviato una serie di operazioni con la stessa spettacolarità. Hanno riguardato questioni interne ed esterne. Inizialmente, si parlava molto dei dazi, che avrebbero dovuto portare grandi introiti, ma i primi dati non sono stati incoraggianti, mostrando quantomeno un profilo di stabilità nella bilancia economica statunitense, se non peggioramenti. Ora siamo in una fase in cui la politica internazionale è l’opportunità per questa spettacolarizzazione. Trump cerca opportunità alla portata della capacità risolutiva del presidente. La pace tra Russia e Ucraina, che in campagna elettorale diceva di poter raggiungere in un giorno, si è rivelata molto più difficile. Anche a Gaza, la soluzione per la prosperità palestinese non ha portato a progressi significativi. Quindi, l’obiettivo si è spostato su azioni più gestibili come interventi sanzionatori e operazioni di forze speciali».
E continua: ««Sicuramente la Cina è il primo e più importante competitor di lungo periodo per gli Stati Uniti. Il vero grande attore globale che rappresenta una minaccia economica e potenzialmente militare. Questo è un dato di continuità presente nei documenti sulla sicurezza nazionale di ogni amministrazione americana. La Cina è una straordinaria potenza economica, con capacità di accesso e penetrazione in mercati, soprattutto africani ed emergenti, sostanzialmente ineguagliabile da altri attori. Ha investito sul proprio potenziale interno, facendo salti da gigante: la qualità della produzione cinese odierna è incomparabile con quella di 1015 anni fa. Oggi la Cina è un competitor alla pari, se non superiore, in certi campi tecnologici e industriali. Questo rappresenta una enorme minaccia per gli Stati Uniti come principale attore economico globale, con una capacità di attrazione politica ed economica estera ineguagliabile. È verissimo però ciò che dice lei: sul piano militare, la Cina non ha ancora la capacità di sfidare gli Stati Uniti. La sua forza militare è inferiore tecnologicamente. Tuttavia, anche in questo campo, c’è stato un salto quantico negli ultimi dieci anni, e verosimilmente nei prossimi dieci la Cina potrà essere in grado di tenere testa all’apparato militare americano dal punto di vista qualitativo, quantitativo e capacitivo. Questa è la grande sfida per gli Stati Uniti. L’obiettivo delle ultime amministrazioni è stato impedire o limitare la capacità della Cina di espandersi militarmente, economicamente e geograficamente in aree considerate di interesse primario per la sicurezza nazionale americana».
1. La strategia di Trump: spectacle over legacy
Secondo Pedde, le recenti mosse di Donald Trump (Venezuela, Groenlandia, Iran) non indicano un cambio di visione, ma la ricerca di “successi spettacolari” a breve termine.
- Difficoltà in Ucraina e Gaza: poiché la pace tra Russia e Ucraina e la questione palestinese si sono rivelate più complesse del previsto, Trump si è spostato su obiettivi più gestibili (sanzioni, operazioni speciali).
- Contenimento della Cina: Trump punta a smontare il “Sud Globale” filocinese. Sebbene la Cina sia un competitor tecnologico e industriale paritario (o superiore), gli USA mantengono ancora un netto vantaggio militare, che Pechino colmerà probabilmente solo tra dieci anni.
2. Le proteste in Iran: cosa c’è di nuovo
Le manifestazioni attuali in Iran presentano elementi di discontinuità rispetto al passato:
- Il ruolo del bazar: per la prima volta scendono in piazza i piccoli imprenditori e i commercianti, storicamente distanti dal dissenso politico, esasperati dall’inflazione e dalla svalutazione del rial.
- Diffusione geografica ed etnica: le proteste toccano tutte le 31 province e coinvolgono minoranze etniche (come i curdi), diventando una minaccia sistemica.
- Il fattore Reza Pahlavi: dopo anni di marginalità, il figlio dell’ultimo Shah è tornato al centro della narrazione mediatica, pur restando dubbia la sua reale capacità di leadership.
3. I quattro scenari per il futuro dell’Iran
Pedde delinea quattro possibili evoluzioni della crisi, mostrandosi tendenzialmente pessimista sulla transizione democratica:
| Scenario | Descrizione | Esito |
| 1. Repressione | Il regime soffoca le proteste con la forza, portandole all’esaurimento. | Status quo. |
| 2. Interferenza esterna | Un attacco di Israele o USA fornisce al regime il pretesto per una violenza ancora più feroce. | Implosione della sicurezza e instabilità. |
| 3. Transizione democratica | Reza Pahlavi (o un altro leader) riesce a dare un programma politico e a guidare il Paese verso la democrazia. | Soluzione “migliorativa” (ma meno probabile). |
| 4. Cambio di regime interno | I Pasdaran (militari) prendono il potere, eliminando la componente teocratica ma mantenendo il controllo economico e sociale. | Modello “all’egiziana” (più probabile). |
12 gennaio 2026





