Michael Spence ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale nel quale delinea i problemi giganteschi causati dall’insensato conflitto scatenato dal duo Netanyahu-Trump nei confronti dell’Iran.
Idea centrale:
L’economia globale è sempre più vulnerabile perché dipende da pochi “punti nevralgici” (geografici, produttivi e finanziari) che, se colpiti, possono generare crisi sistemiche. L’efficienza è stata privilegiata rispetto alla resilienza, creando fragilità diffuse.
Scrive Spence: ”L’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran – rotta attraverso cui transita circa un quinto del greggio mondiale e un quarto dei fertilizzanti – ha riportato in primo piano una fragilità strutturale della nostra economia globale interconnessa: un singolo punto di vulnerabilità è in grado di innescare perturbazioni sistemiche massicce e onerose. Eppure, simili criticità non hanno fatto altro che moltiplicarsi negli ultimi decenni.Il commercio globale transita attraverso numerosi altri passaggi critici che potrebbero parimenti trasformarsi in colli di bottiglia paralizzanti. Lo Stretto di Malacca tra la Malesia e l’isola indonesiana di Sumatra – una delle sole due rotte marittime che collegano l’Oceano Indiano al Pacifico – è oggetto di costante attenzione nelle simulazioni di guerra. Quando nel 2021 il Canale di Suez rimase bloccato per sei giorni dalla mastodontica nave portacontainer Ever Given, i contraccolpi sulle catene di approvvigionamento si fecero sentire per mesi”.
Punti chiave:
- Colli di bottiglia geografici
Snodi come lo Stretto di Hormuz, Malacca o il Canale di Suez sono essenziali per commercio ed energia. Eventi locali (blocchi, guerre) possono causare effetti globali duraturi sulle catene di approvvigionamento. - Concentrazione produttiva
Molti settori dipendono da pochi fornitori (es. componenti auto, semiconduttori avanzati). Questo rende il sistema efficiente ma esposto a shock. La diversificazione è possibile, ma comporta costi e compromessi. - Dipendenze strategiche e geopolitiche
L’eccessiva dipendenza da singoli Paesi o attori può essere usata come leva politica (energia russa, terre rare cinesi, sistema Swift, dazi USA). - Problema strutturale degli incentivi
I mercati tendono a massimizzare l’efficienza (benefici privati) e non la resilienza (benefici diffusi). Nessun attore ha incentivo a sostenere da solo i costi della sicurezza sistemica. - Ruolo della concentrazione e degli “architetti”
In alcuni settori altamente concentrati (come i cavi sottomarini), pochi grandi operatori integrano la resilienza perché è parte del loro modello di business. - Ruolo degli Stati:
Quando il mercato non garantisce resilienza sufficiente, intervengono i governi con:- reshoring (produzione interna),
- diversificazione delle supply chain,
- cooperazione internazionale.
- Rafforzare la resilienza è inevitabile ma costoso. In un mondo sempre più frammentato, questi costi saranno necessari per ridurre i rischi sistemici.
Conclude Spence: ”A livello economico, l’eccessiva dipendenza da un’unica fonte per qualsiasi cosa – dall’energia alla domanda – può generare un punto di rottura, come l’Europa ha tristemente appreso in seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. Ciò è vero non solo per il rischio di incidenti o shock, ma anche perché un’eccessiva dipendenza si presta a ricatti o ad altre forme di pressione, come dimostrano i controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare, l’applicazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti tramite il circuito Swift e l’impiego dei dazi da parte del presidente americano Trump”. La sintesi in una frase:
La globalizzazione ha creato un sistema altamente efficiente ma fragile, e oggi governi e imprese devono accettare costi maggiori per renderlo più resiliente.
7 aprile 2026





