Attenti osservatori ritengono che i terroristi abbiano al fine vinto e che sia Netanyahu ad avere perso. Chi non ha niente da perdere, chi ha subito la violenza di anni di carcere adesso si trova libero, non avrà l’intenzione di vendicarsi e di riprendere la lotta armata contro Israele? I dubbi sembrano affiorare e le decine di uccisioni da parte di Hamas di questi giorni di fatto lo confermano.
La percezione dell’indebolimento di Hamas e l’esito degli accordi di pace (in particolare il recente Piano Trump per la pace a Gaza e la conseguente tregua/scambio prigionieri-ostaggi) sono questioni estremamente complesse e dibattute tra gli osservatori internazionali.
Ecco un riepilogo delle diverse analisi e dei punti chiave:
1. Indebolimento di Hamas: pro e contro
- Argomenti a favore di un “indebolimento” (o di una pressione):
- L’accordo (fase iniziale) è avvenuto in un contesto di intensa pressione militare e diplomatica. La proposta USA prevedeva il disarmo di Hamas e non specificava in modo chiaro i tempi di un totale ritiro israeliano, condizioni che secondo alcuni analisti erano pensate per cancellare o limitare drasticamente il gruppo.
- La leadership di Hamas, pur con resistenze interne, ha accettato l’accordo (anche con richieste di modifiche) per non apparire come l’unico ostacolo alla fine delle ostilità e al rilascio degli ostaggi, tenuto conto della pressione esercitata da Paesi mediatori come Turchia ed Egitto.
- L’obiettivo dichiarato di Israele era ed è la “vittoria totale” e lo smantellamento delle capacità militari e di governo di Hamas.
- Argomenti a favore di una “vittoria politica” o di una resilienza di Hamas:
- Hamas, pur avendo subito perdite, è riuscita a negoziare e a ottenere un cessate il fuoco e un significativo scambio di prigionieri, tra cui figure di spicco e combattenti, a fronte del rilascio degli ostaggi. Questo viene visto come un successo politico che rafforza la sua immagine tra i sostenitori.
- Il gruppo non è scomparso e la sua leadership potrebbe aver mantenuto una parte del suo potere contrattuale, soprattutto per quanto riguarda la questione ostaggi/prigionieri.
- Secondo alcuni osservatori, la “vera partita” per Israele è il dopoguerra, e l’accordo non garantisce la fine dell’esistenza di Hamas o della sua influenza.
2. La Posizione di Netanyahu
- Vittoria o sconfitta? Anche la posizione del Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è oggetto di diverse interpretazioni.
- Netanyahu ha annunciato la “vittoria” e ha ribadito l’obiettivo di lasciare Hamas “senza armi e senza alcun potere su Gaza”. L’ottenimento del rilascio degli ostaggi (obiettivo primario) è indubbiamente un risultato che può essere percepito come una vittoria.
- Tuttavia, l’aver accettato uno scambio di prigionieri che include figure di spicco e l’aver interrotto le operazioni militari prima del completo smantellamento di Hamas sono visti da alcuni critici come un compromesso o addirittura una sconfitta.
3. I prigionieri rilasciati e la vendetta
- La preoccupazione riguardo al rilascio di detenuti palestinesi che riprendano la lotta armata è un timore concreto e storicamente fondato. Negoziati di questo tipo includono spesso il rilascio di individui con un passato di gravi reati e/o legami con gruppi armati.
- Il rilascio di questi prigionieri, acclamato dai palestinesi, aumenta il prestigio di Hamas come difensore della causa palestinese e dei suoi detenuti.
- La possibilità che riprendano la lotta armata, così come menzionato dal tuo riferimento alle “decine di uccisioni”, è un rischio reale, specialmente se la soluzione politica a lungo termine (come quella dei due Stati) non viene affrontata e la situazione sul terreno resta tesa. La mancanza di prospettive politiche durature è vista come il principale fattore che alimenta la ripresa delle tensioni e dei conflitti.
In sintesi, l’esito del trattato è percepito in modi molto diversi: alcuni vedono nell’accordo una vittoria diplomatica e un passo verso la stabilità (sebbene fragile), altri temono che abbia concesso troppo ad Hamas, rafforzando la sua base e la sua capacità di mobilitazione futura, soprattutto se non si affrontano le cause profonde del conflitto.
15 ottobre 2025





