di Agostino Roncallo
(…) Giacomo era nato proprio qui e da qui era partito un mattino d’inverno del 1920, destinazione: Parigi. Il cugino Ferdinando, che nella capitale francese si trovava già da qualche tempo, l’aveva più volte invitato, assicurandogli che il lavoro non mancava: ti sembrerà un po’ duro per i primi momenti ma una volta che avrai preso l’abitudine vedrai che non lascerai più Parigi, diceva. La prospettiva di Giacomo era quella di fare il lavapiatti, un mestiere poco gratificante per lui, che si sentiva muratore, specializzato. Ma a Parigi il lavoro era ben retribuito e c’era la possibilità di riscattare una vita di stenti e di aiutare la famiglia. Poi, col tempo, pensava, potrò sempre trovare un’impresa edile, un cantiere in cui lavorare.
Salutò così gli amici e salì sul carretto che avrebbe dovuto portarlo alla stazione di Verbania. Sono i momenti del disorientamento interiore, quando il senso di un legame spezzato è accentuato dal rumore dei ciottoli macinati dalle ruote del carro in partenza: si avverte allora la voglia di tornare indietro e rimanere lì, per sempre. Abbandonare l’idea di partire e, con essa, i sogni. Ma Giacomo aveva il coraggio dei 19 anni e un forte sentimento di orgoglio, aveva il coraggio dei 19 anni, lo stesso coraggio con il quale l’anno prima aveva tentato di trovare lavoro, nella vicina svizzera. La madre Giovanna era anche lei lì, a salutarlo: le partenze a quell’epoca avevano un che di definitivo perché le distanze sembravano insormontabili: il solo trasferimento da Verbania a Oggiogno non era facile su quello sterrato e su quelle pendenze, soprattutto in caso di pioggia, quando la strada diventava fango e le ruote, le ruote affondavano. Si aveva la sensazione che il confine tra una partenza e un addio fosse labile e che la parola “ritorno” non fosse altrettanto luminosa e netta quanto “partenza”. Oggi le cose sono diverse: dopo una lunga battaglia gli abitanti di Oggiogno hanno ottenuto che la strada venisse asfaltata: si può allora uscire di casa, salire sulla propria auto e dire: torno subito!. Quando Giacomo partì, questa brevità non era concessa.
Una delle sue prime abitazioni parigine fu quella che si trovava al numero 4 di Impasse Lisa, nell’undicesimo arrondissement. Un “impasse” è quello che in Italia si dice “vicolo chiuso”, senza uscita. Ci si arriva partendo dalla Senna, da Notre-Dame, per poi proseguire verso il quartiere ebraico e Rue Vieille du Temps con i suoi caffè letterari, il Museo Picasso. In Rue Popincourt si percepisce l’atmosfera di quello che era un quartiere povero ma molto dignitoso, la strada fa una leggera curva a sinistra sul cui lato interno si aprono tanti vicoli. Tra questi vi era Impasse Lisa, oggi rinominato Passage Lisa. Quello che era un vicolo cieco è diventato un “passaggio”, cioè un camminamento coperto nel quale i visitatori possono soffermarsi ad ammirare un’esposizione di Art Nouveau. L’ingresso del n. 4 è stato restaurato con gusto: una porta in legno, laccata in verde, è circondata da vetri. Sul citofono si legge l’indirizzo di un’associazione di solidarietà verso i bambini del Tibet e in alto, la targa su cui è scritto il nome del vicolo è, lucida, nuova (…)
27 maggio 2025
2. Continua





