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Racconti

Da un Carso all’altro, la storia di un alpino di Prea alla Grande Guerra 2

di Giuseppe Priale

Se il nome di Caporetto oggi è usato a volte come sinonimo di grave insuccesso; se quel drammatico evento è sentito ancor oggi dagli italiani come una vergogna da tener nascosta, sarebbe invece meglio che venisse considerato anche come un “olocausto”, ossia un sacrificio cruento che il popolo italiano dovette offrire sull’altare della Patria per formare e consolidare la propria identità e coscienza nazionali. L’umiliazione, inflitta al nostro esercito, servì infatti a ridestare  nei nostri soldati “l’italica virtù dei padri antichi”. Il Piave e il Grappa, uniti ad essi come in una ideale “Santa Alleanza” per fare “contro il nemico una barriera”, per 12 mesi furono testimoni dell’eroica resistenza opposta al nemico invasore dai nostri combattenti, provenienti da tutte le regioni italiane, uniti finalmente nel dolore, come fratelli che si ritrovano in occasione di un grave lutto  in famiglia. Il patto “Non passa lo straniero” (mormorato dal fiume il 24 maggio 1915 al passaggio dei primi fanti, che italiani forse non tutti si sentivano ancora) fu onorato  da essi con grande coraggio, allorché in quella grande sventura hanno sentito di essere fratelli, prima ancora di sentirsi italiani della stessa patria.

L’olocausto di Caporetto servì sicuramente a propiziare l’esito trionfale della battaglia di Vittorio Veneto, che, iniziata il 24 ottobre 1918 (esattamente un anno dopo la disfatta) si concluse il 3 novembre con la firma dell’armistizio a Villa Giusti presso Padova, la città del Santo dei miracoli. E grande miracolo fu per l’esercito italiano, che seppe costruire la sua vittoria finale sulle ceneri di una rotta disastrosa durata ben 27 giorni.

Caporetto: un nome infausto, che richiama però alla mente, per un’arcana assonanza, quello del coperchio (Kappuret in ebraico antico) della biblica Arca dell’Alleanza, sormontato dai simulacri di due celesti Cherubini, testimoni e garanti del Patto di Fedeltà ai Comandamenti (scritti su tavole di pietra e custoditi al suo interno) dati da Dio al popolo d’Israele liberato da Mosè dalla schiavitù d’Egitto.

C’è da augurarsi allora che il popolo italiano resti sempre fedele al quell’ideale Patto d’Unità Nazionale scritto col sangue sul Piave e sul Grappa, che potremmo considerare, a buon diritto, come i nostri “terreni Cherubini”, custodi e garanti della nostra italianità.

Fra i tanti nomi di località, che furono teatro di guerra, imparati dai libri di storia e dai canti degli alpini, uno solo però, conosciuto dalle antologie letterarie fin dai primi anni di scuola, è diventato per me luogo della memoria e del cuore: San Martino del Carso, reso famoso da una nota poesia di Giuseppe Ungaretti, scritta sul fronte dell’Isonzo nel 1916 e che recita così:

          Di  queste case                       Di tanti            

         non è rimasto                         che mi corrispondevano

         che qualche                            non è rimasto

         brandello di muro.                   neppure tanto.

                                  Ma nel cuore

                                  nessuna croce manca:

                                  è il mio cuore

                                  il paese più straziato.

10 gennaio 2026

2. Continua