L'effetto domino

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     Il recente rapporto sui documenti ufficiali indebitamente conservati dal Presidente americano Biden anche nel garage della sua abitazione, che lo esonera da una condanna, ha suscitato un putiferio e costituisce un coltello a due tagli. Da una parte esonera il Presidente e, dall’altra, proprio definendolo “un simpatico vecchio con scarsa memoria”, evoca fatalmente la domanda del come allora egli possa ricoprire la sua carica.  

     Prima ancora che dal suddetto rapporto, la narrativa ufficiale di un Presidente capace di dirigere la nazione, strenuamente difesa dalla Casa Bianca e anche da social media allineati, quali CNN e MSNBC, è impietosamente contraddetta da una folla di comportamenti. I suoi frequenti e ripetuti vuoti di memoria, gli scatti spesso rabbiosi nei confronti dei giornalisti, il dettato spesso incerto e confuso da molti mesi a questa parte, i visibili bigliettini da lui usati nelle interviste e nei colloqui, incluso quello recente con Scholz, e infine le sue sempre più brevi e controllate apparizioni pubbliche sono eloquenti segnali di un progressivo declino fisico e mentale che solo gli struzzi possono ignorare. Rimane pertanto incomprensibile come Joe Biden pensi a un secondo mandato e inoltre che i suoi alleati democratici non abbiano ancora cercato un altro candidato. Paura di un eventuale subentro di Kamal Harris oppure del senatore democratico Bernie Sanders, anche lui ultra ottantenne? Oppure, semplicemente il Partito democratico non è in grado di trovare alternative più promettenti? Le voci (peraltro cervellotiche) che non escludono una possibile candidatura della stessa moglie di Barak Obama, confermano che il partito democratico non sembra avere dei candidati di riserva.

     Già questi elementi, a cui si possono aggiungere le incertezze riguardo all’atteso verdetto della Corte Suprema circa la legittimità di escludere Donald Trump dalla competizione elettorale, danno un’idea della confusione di fondo che regna sulla scena politica americana ma che oscura un altro problema assai più inquietante.

     Il declino mentale del Presidente, pateticamente negato dal Partito democratico e dai suoi sostenitori, legittima infatti un-ovvia domanda:  da “chi”è in realtà gestita la politica americana? E da quanto tempo, negli ultimi 3 anni? Di chi sono figli il mal congegnato ritiro dall’Afghanistan, la politica estera cocciutamente incentrata sul sostegno all’Ucraina, la spasmodica attenzione per Taiwan e il sostanziale disinteresse per il Medio Oriente?

     L’ipotesi  più realistica e banale è che le senili ostinazioni pro-Ucraina di Joe Biden siano state e vengano sfruttate o pilotate da una ristretta cerchia di Consiglieri e opachi Centri di potere, a cui la figura del Presidente offre uno schermo. Si tratta di uno scenario non insolito e del resto anticipato già molti anni or sono da vari studiosi americani (vedi, per esempio, The Invisible Government, di D. Wise e Thomas Ross, apparso nel 1964).

    Chiunque di fatto gestisca il potere, gli effetti pratici sono comunque fallimentari.  

    Per quanto guarda la politica estera, una buona parte dei disordini e dei conflitti che sconvolgono attualmente il Medio Oriente sono una conseguenza dell’ossessiva e unilaterale strategia americana anti-russa che ha fatto perdere di vista ciò che stava maturando in giro per il mondo, inclusi gli stessi confini sud degli Stati Uniti.

     In tutti questi anni, gli Stati Uniti, docilmente seguiti da Bruxelles, hanno speso tempo, denaro ed energie nel tentativo di indebolire il supposto nemico russo, ignorando altri e ben più pericolosi protagonisti e fenomeni, che ora stanno emergendo in maniera sempre più incontrollata.

     Fra di essi, si possono citare la sempre più imperterrita invasione migratoria; la strisciante ma progressiva islamizzazione dell’Europa; l’espansionismo regionale iraniano portato avanti tramite quinte colonne di integralisti islamici; la sotterranea costruzione di un gigantesco arsenale anti-Israele a Gaza e in Libano; i capricci di una Turchia, ironicamente membro della NATO ma anche in ambigue relazioni con Hamas e ora braccetto con l’Iran, per giunta sovrappopolata e sull’orlo della bancarotta ma con revanchismi imperiali.

      Questi fenomeni, ognuno dei quali con ulteriori destabilizzanti riverberi, non sono spuntati all’improvviso, maturavano da tempo. La distrazione, la miopia, e il dilettantismo  ne hanno accelerato l’esplosione. La guerra in Palestina fornisce solo un pretesto ai suddetti attori per scacciare gli USA dalla regione, eliminare Israele e instaurare regimi d’ispirazione integralista. Vale la pena di menzionare come   distrazioni e abbagli simili siano già accaduti in passato e sempre con risultati spiacevoli. Nel VII secolo, Bizantini e Persiani persero tempo ed energie a combattersi a vicenda, non accorgendosi dell’imminente eruzione dei beduini della Penisola Araba. I costi furono il crollo dei Persiani (i Sasanidi) e la progressiva islamizzazione del Medio Oriente.  Nel XVIII secolo i Francesi, distratti dalle loro beghe europee, persero i loro possedimenti coloniali in Canada e in India.  Anche qui, i costi della miopia furono altissimi.

      Insomma, molti elementi suggeriscono che Washington e Bruxelles siano vittime di distrazioni analoghe e che altri temi avrebbero dovuto assorbire tutta la loro attenzione.      

      Nulla di ciò è avvenuto. Attenzione e risorse sono state sperperate prima nei Balcani, agevolando l’infelice disintegrazione della ex-Jugoslavia, e adesso con l’Ucraina, per difendere un regime palesemente reazionario e corrotto, gestito da un ex-commediante. Energie analoghe sono spese in Asia orientale, con Taiwan e Filippine.

      Come se ciò non bastasse, Europa e Stati Uniti sono nel frattempo diventati un colabrodo migratorio e qualsiasi invito alle restrizioni viene tacciato di “estremismo di destra” e mancanza di solidarietà.

      I risultati sono noti. In Italia, per esempio, gli abitanti di Lampedusa sono diventati vittime esemplari di un incessante arrivo di barconi. In ciò non sono soli. Anche senza barconi, il Texas è diventato il bersaglio di inarrestabili moltitudini che si riversano a mo’ di Zombie verso i confini. I suoi abitanti, nella persona del governatore Abbott, stanno perlomeno provando a bloccare il flusso, contrastati tuttavia da un Presidente che invia la polizia federale a rimuovere il filo spinato collocato dalla guardia nazionale texana. Sembra assurdo, eppure è ciò che accade.

      Il surreale disegno di legge del senato, che prevedeva altri 60 miliardi (!) di aiuti all’Ucraina  e (solo) 14 a Israele, legittimando inoltre l’ingresso giornaliero di 5000 immigranti illegali, è stato respinto dalla Camera dei Rappresentanti. Mentre osservatori locali definiscono la situazione come “una traiettoria suicida”, la schizofrenia del suddetto fallito progetto di legge è evidente. Anziché occuparsi dei problemi domestici, dalla criminalità dilagante, dei milioni di poveri locali, del gigantesco debito pubblico da 33.000 miliardi, l’Amministrazione di Washington ha facilitato l’ingresso in soli 3 anni di oltre 9 milioni di non meglio identificati immigranti illegali. A costoro si pensa di dare un permesso immediato di lavoro, carte di credito, vitto e alloggio. Un insulto per i ca. 37 milioni di Americani poveri registrati dall’Ufficio Censimenti Americano nel 2022. 

      Le accuse secondo cui questa deliberata politica dei confini aperti corrisponde a un ineffabile disegno dei Democratici di fabbricare un futuro serbatoio di voti sono l’unica ragionevole spiegazione dell’attuale politica dei confini aperti.

     Se ritorniamo ora alla politica estera, gli attuali spostamenti di equilibri ed alleanze e la tumultuosa serie di tensioni e conflitti militari appaiono come l’inevitabile nemesi della suddetta monocentrica strategia americana. Quelli che seguono sono alcuni degli effetti in proposito.

     I massicci e continui aiuti militari all’Ucraina e le sanzioni hanno avuto como risultato il rafforzamento dei rapporti della Russia con la Cina, per non menzionare la costituzione del BRIC. La concentrazione delle attenzioni nei riguardi dell’Ucraina ha pertanto incoraggiato una serie di colpi di mano che attendevano solo l’occasione favorevole. Forte delle distrazioni euro-americane, Hamas ha così lanciato il suo attacco in Israele. Il riavvicinamento Israele-Arabia Saudita è fallito, almeno per il momento. La Cina si è inserita come paciere e intermediaria di alleanze in Medio Oriente, riavvicinando Iran e Araba Saudita.  Finanziati dall’Iran, gli Houthis  intervengono poi nella scena e con la scusa della Palestina mettono in crisi il traffico nel Mar Rosso. Si intensificano inoltre le disinvolte ma poco felici lune di miele, probabilmente non durature, di una Russia ortodossa con un Iran teocratico e sciita, ma anche con la Turchia e col regime di Pyongyang.

      In altre parole, i summenzionati eventi, così articolati e incrociati fra loro, non sono altro che un esteso “Effetto Domino”, evidentemente non previsto dall’Amministrazione di Washington.

     Il pasticcio, se si può utilizzare tale eufemismo, è notevole. Le invocazioni alla pace e simili esercizi verbali lasciano evidentemente il tempo che trovano. Solo un radicale mutamento della situazione può frenare e arrestare l’anarchia in corso.

     Per quanto l’ipotesi in questione possa apparire ai più una fantasia e magari anche un’aberrazione, una soluzione sarebbe che Washington e Mosca diventassero “alleati”. Proprio così! Una simile alleanza estinguerebbe una buona parte del caos e dell’anarchia attualmente vigenti in Medio Oriente, Turchia, Iran e Pakistan, con un gran profitto per la sicurezza mondiale. In più, ciò costituirebbe un argine alle non dissimulate ambizioni di invasione commerciale della Cina e alle paranoie della Corea del nord. I vantaggi sarebbero molteplici e ben più realistici delle velleitarie dichiarazioni e piroette dei vari summit indetti allo scopo.

      Il problema è che la soluzione sopra menzionata presuppone almeno 2 protagonisti, entrambi armati di visione e liberi da rovinose ideologie. Purtroppo, uno di costoro è in luna di miele con Cina e Iran, e l’altro non si sa esattamente che volto abbia, avvolto com’è in uno scenario confuso e opaco.

     Occorrerebbe un miracolo…

Antonello Catani, 14 febbraio 2024

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Gli agricoltori e la capacità di protestare

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       Le politiche della UE non cessano di tradire, per chi vuol leggere, fino a che punto questo organismo stia diventando sempre più rigidamente burocratico, demagogico e avulso dalla realtà e in fondo inutile. A questo totalitarismo travestito si aggiungono il masochismo e il servilismo, anch’essi opportunamente dissimulati.

       Iperboli e immeritate accuse? Vediamo alcuni esempi concreti.

       L’attuale crisi economica di nazioni come la Germania, fino ad alcuni anni fa locomotiva dell’economia europea; l’isteria anti-russa di cucina americana e le scervellate sanzioni partorite  a più riprese dall’ineffabile ma pericolosa Presidente della Commissione; l’abulia e la miopia riguardo all’invasione migratoria e alla strisciante islamizzazione dell’Europa; la soffocante ridda di misure e provvedimenti legislativi a tutti i livelli, personali e non solo economici; l’ostinata e costosa politica di aiuti nei confronti dell’Ucraina senza un minimo di critica per la cervellotica espansione della NATO (origine del caos in atto); la conseguente perdita delle forniture di gas russo a buon mercato; le incerte e dubbie solidarietà nei confronti di Israele e la timidezza o prudenza nei confronti dell’Iran, patrona dei vari movimenti terroristici di marca islamica da Hamas agli Houthis…La lista potrebbe continuare, ma anche gli esempi sopra elencati bastano da soli a gettare un’ombra poco lusinghiera sull’istituzione.

        La recente decisione della UE di destinare (ovvero sperperare) altri 50 miliardi di euro in Ucraina, dopo aver sostanzialmente ricattato Victor Orban, che si opponeva, senza che nessuno effettivamente sappia come e dove quei fondi e materiali saranno ricevuti ed utilizzati, costituisce un ultimo esempio dell’irresponsabile dilettantismo che regna a Bruxelles. E semplicemente incredibile che enormi risorse e attenzioni continuino a venire dedicate a un Paese dove i sospetti e le prove di una dilagante corruzione ai massimi livelli sono di dominio pubblico. Il fatto che i miliardi  in questione possano forse essere attinti dai proventi di fondi russi congelati non diminuisce e anzi aumenta l’assurdità del progetto. Dalle immani risorse inghiottite per rifocillare e alloggiare milioni di migranti a quelle destinate all’Ucraina, il comune denominatore è sempre lo stesso un disinvolto e goffo sperpero di denaro pubblico da parte di Stati in buona parte con strutturali problemi finanziari. 

      Il suddetto comportamento dovrebbe suscitare proteste e resistenze negli elettori dei vari Paesi europei, se non fosse che la distrazione e il plagio delle platee urbane in proposito lo hanno facilitato e legittimato.  

     Come noto, è di questi giorni la massiccia protesta degli agricoltori di tutta l’Europa nei confronti di varie misure comunitarie. Il fatto che sia questa categoria a protestare in modo così corale, e non esponenti delle città, sembra indicare come degli elettori tendenzialmente meno esposti alle sofisticazioni (leggi:  l’oppio mediatico)  della civiltà urbana siano più capaci di reazioni e di critiche. Il dato può sembrare poco rilevante, ma in realtà costituisce un segnale della progressiva e sconsolante apatia delle masse cittadine.

    La cosiddetta PAC (Politica Agricola Comune), che ha stimolato le suddette proteste, è un ulteriore esempio di come un organismo originariamente istituito per facilitare gli scambi economici sia ormai diventato un’entità sostanzialmente invasiva, parassitaria e dispotica, ormai avvitata in un crescendo di rigidi schemi ideologici. Il ventilato accoglimento nella UE dell’Ucraina, Paese grande esportatore di grano, oltre che scarso campione di democrazia - opposizione e canali televisivi alternativi sono stati messi al bando - è un altro esempio della furbizia dei dirigenti comunitari. Non meraviglia che anche tale prospettiva inquieti gli agricoltori europei, che si troverebbero di fronte un formidabile concorrente di forniture agricole, ragione per cui vari Stati membri come la Polonia hanno già posto ostacoli alle importazioni di grano ucraino. Non vi è poi bisogno di molta fantasia per prevedere che, diventata membro, l’Ucraina assorbirebbe fatalmente anche cospicue fette di sussidi, ovviamente, sempre sottratti alle tasche degli altri Stati membri.

     Ora, la PAC in questione sarebbe motivata dall’obbiettivo di arginare l’inquinamento ambientale, ma nessuna delle infinite commissioni tecniche della UE sembra riconoscere che un fattore cardine del fenomeno è banalmente il drammatico incremento demografico, sotto il naso di tutti ma stranamente ignorato. Eppure, è banale: più uomini vuol dire più bestiame, più macchine, più consumo di combustibili,  più emissioni, più detriti, più consumo di acqua, più deforestamento, etc. A questo proposito, la supposta soluzione del famigerato “sviluppo sostenibile” è una delle più patetiche e fraudolente favole elaborate negli ultimi cento anni. 

      Insomma, come avviene per l’attuale crisi economica e politica che affligge l’Europa,  le cause reali del fenomeno rimangono nell’ombra.

     Se comunque la messa a riposo di una percentuale dei terreni o magari le carni prodotte in laboratorio pretendono di essere una risposta all’inquinamento globale, con lo stesso criterio, analoghe limitazioni dovrebbero essere imposte alle industrie automobilistiche, alla circolazione degli aerei, alle produzioni delle fabbriche,  etc. Ovviamente, nessuno si sogna di farlo. Come dire infatti a centinaia di milioni di turisti che devono viaggiare di meno?  E come dirlo a tanti Stati dove il turismo è un’insostituibile componente del loro PNL? Ecco perché, dato l’attuale modello di sviluppo, le ricette dello sviluppo sostenibile sono una presa in giro.

      Insomma, sotto l’ombrello della lotta all’inquinamento, circolano molte fantasie o comunque progetti che mancano di realismo o di cui non sono visibili le conseguenze a lunga durata. L’aumento dell’estrazione del litio, reso necessario da un aumento della produzione di vetture elettriche, per esempio, richiederà enormi quantità di acqua e devasterà i territori circostanti (vedi il deserto dell’Atacama in Cile,  uno dei più grandi produttori di litio al mondo). In quanto alle carni prodotte in laboratorio, a parte il proibitivo costo degli impianti, nessuno è in grado di offrire affidabili statistiche sui loro effetti bio-chimici a lunga durata sull’organismo umano.

     Come si vede, in teoria non ci sono limiti alle invenzioni più spettacolari. Si può scegliere se trattarle come “innovazioni”o come avventure alla cieca. L’invenzione della carne sintetico-industriale, per il momento ancora proibita in Europa,  è del resto solo uno dei capitoli di quel processo di cambiamenti che alcuni interpretano come progresso.  La venerabile pecus (pecora) degli antichi Romani, vera carne e ricchezza, diventò “pecunia” e quindi danaro, sotto forma di monete talvolta a base di oro, ma ormai senza carne… Da qui, il gold standard, anch’esso disinvoltamente abbandonato (vedi Bretton Woods) e sostituito dalla libera emissione di banconote e in sostanza dai debiti. A loro volta, anche queste ultime, teoricamente protette dagli Stati, sono attualmente assediate dalle famigerate “criptovalute”, sostanzialmente invisibili, non protette da nulla e sostanzialmente losche. Il trionfo della più disinvolta speculazione. In quanto alla carta stampata, quella dei libri e dei giornali, l’assedio dei concorrenti digitali è sempre più massiccio ed inarrestabile. Le informazioni digitali, sono per definizione inafferrabili e scarsamente controllabili e manovrabili, se non da parte di un’esigua minoranza: la nuova élite. 

       Anche qui, comunque, niente  carne reale, palpabile, naturale. Alla catena si potrebbe aggiungere il confetto dell’Intelligenza Artificiale e di tutti i vari esperimenti miranti a ricreare macchine pensanti, in tutto e per tutto simili agli umani, ma artificiali. Probabilmente, gli inventori sono in competizione con la natura.

      Ritornando ora alle proteste degli agricoltori e quindi alla tirannica ragnatela di leggi, regolamenti e proibizioni comunitarie che gravano sulla vita degli Europei, vi è da chiedersi fino a che punto la libera circolazione delle merci e delle persone, che stava alla base dell’istituzione, compensi la suddetta ragnatela e insomma il crescente ed erratico dispotismo di questo organismo. Sempre più sovrapposto alle sovranità nazionali, avulso dalla realtà quotidiana e carente di democrazia nei suoi gangli più delicati – vedi il Presidente della Commissione che non è eletto dal popolo – strutturalmente squilibrato e disomogeneo dal punto di vista delle dimensioni demografiche ed economiche dei vari Stati membri, esso ha legittimato l’infelice parcellizzazione di una parte nevralgica dei Balcani e ha infine perso qualsiasi misura di autonomia e dignità, confondendosi spesso con la NATO e accettando le imposizioni di una nazione lontana migliaia di chilometri.

       Se gli agricoltori protestano, ne hanno ben donde. E’ quindi significativo il fatto che analoghe proteste non siano espresse anche dagli abitanti delle città, che si nutrono grazie alle attività degli agricoltori e che morirebbero letteralmente di fame, se cibi e derrate alimentari non affluissero giornalmente nei supermercati.  

     Le suddette platee cittadine, che sono anche quelle più esposte alla quotidiana spazzatura mentale e ideologica sfornata dei vari social media, sopportano abulicamente un ingombrante doppione legislativo, non protestano in massa contro l’invasione dei migranti, non sembrano  rendersi conto della progressiva islamizzazione dell’Europa, ma vanno poi a schiamazzare in oceaniche dimostrazioni anti-semite.

     Come dire che gli agricoltori, anche se talvolta i loro prodotti (peraltro più sicuri e genuini) sono più cari di quelli importati da Paesi lontani o lontanissimi, si meritano credito e stima, se non altro perché hanno ancora la forza e la capacità di esprimere critiche e di reagire. Occorrerebbero più agricoltori…

Antonello Catani – 7 febbraio 2024

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Si cercano leaders

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      Chiunque osservi senza criteri oleografici la situazione geopolitica attuale non può che provare perplessità. Il quadro è caotico e sconnesso, ma con alcune costanti, Oltre all’imperversare del fanatismo islamico di varie denominazioni e colori, esso mostra infatti anche un diffuso dilettantismo, stantie derive ideologiche, apatia e soprattutto mancanza di visione, in particolare in Europa e negli Stati uniti. Certi esempi sono sotto gli occhi di tutti.

      A Washington, l’Amministrazione Biden continua a rimanere inerte di fronte a una marea migratoria che ha visto l’ingresso di ben 8 milioni di individui negli ultimi 3 anni. Non solo li si lascia entrare, ma essi vengono alloggiati, nutriti e dotati di telefonini! Se si tiene conto del numero dei poveri e derelitti accampati in tante città americane, la suddetta politica nei confronti dei migranti appare incomprensibile e molto simile ad analoghe situazioni europee. Secondo alcuni commentatori repubblicani, l’inerzia nasconderebbe il deliberato e machiavellico progetto  di creare in futuro un prezioso serbatoio di voti pro-democratici. La teoria può apparire fantasiosa, ma rimane il fatto che l’indifferenza dell’Amministrazione si presta a spiegazioni poco lusinghiere, a mezza strada fra l'inettitudine e un'ambigua tolleranza.

       Nel frattempo, non meno inspiegabile e surrealea appare l’intenzione di ricandidarsi da parte di un presidente ultra-ottantenne dallo sguardo spesso allucinato, che si regge a stento sulle gambe ed è inoltre in odore di corruzione familiare estesa, con un impeachment in corso. Di fonte alla disastrosa gestione di Joe Biden, anche un’eventuale rielezione del pittoresco e istrionico Donald Trump rappresenta paradossalmente uno scenario più rassicurante, anche se i Democratici stanno facendo di tutto per estrometterlo dalle liste elettorali. 

       Il fatto che questi ultimi non si dissocino dalle patetiche velleità di ricandidarsi dell’attuale Presidente la dice comunque lunga sul loro interesse per la logica. Né esponenti di spicco del partito  in questione, quali Chuck Schumer, Jamie Raskin, l’improbabile chierichetta Amanda Ocasio Cortez o Bernie Sanders (anche lui democratico e tenacemente attaccato alla poltrona da senatore a 83 anni suonati), giusto per fare solo alcuni nomi, hanno rivolto  critiche all’Amministrazione per la sua apatia migratoria, il continuo aumento del debito pubblico e il suo stimolare la demenziale guerra in Ucraina. Le proposte di nuovi massicci aiuti a Kiev, per il momento bloccati dai Repubblicani, confermano quanto l’Amministrazione obbedisca più a delle patologiche ostinazioni che non al buon senso. Di fatto, il problema numero uno degli Stati Uniti in politica estera continua ad essere un viscerale e anacronistico astio anti-russo. In più, viene coltivato e tenuto un vita il fossile preistorico degli “alleati”. Una vera e propria neurosi grazie alla quale l'apparato industriale-militare mantiene in vita un clima da seconda guerra mondiale.Rimane il fatto che il suddetto astio e le energie rivolte all'equivoco ucraino hanno fatto trascurare altri e ben più pericolosi agenti destabilizzanti quali l'Iran, Hizbollah e anche la Turchia.

      A complemento di tale strabismo va inoltre aggiunto un fenomeno lasciato in ombra dai mass media europei e in buona parte anche da quelli americani. Si tratta della crescente involuzione burocratica e del dissimulato regime poliziesco in politica interna. Non a caso, uno dei massimi costituzionalisti americani, Jonathan Turley, ha definito orwelliano il clima di censure e limitazioni alle libere' individuali oggi osservabile negli Stati Uniti con la complicità dell'Amministrazione e delle varie agenzie federali. Cosa facciano esattamente i circa i circa 35.000/40.000 dipendenti del Federal Bureau of Investigation, per esempio, - ma esistono molte altre agenzie di controllo e compiti similari - non è dato di sapere, salvo le inesauribili versioni cinematografiche. La crescente giornaliera violenza registrata nelle città americane solleva seri dubbi sulle capacità preventive dell’agenzia in questione. D'altra parte, vari esponenti del Congresso ne hanno denunciato le striscianti intimidazioni mei confronti di entità cattoliche, associazioni di genitori, etc. Insomma, l'aggettivo "orwelliano" del sopra menzionato giurista non è una coincidenza.

      Il quadro europeo non è più incoraggiante.

      L’involuzione burocratica dilaga e viene alimentata dalla stessa UE. Oltre a tali tendenze, questa presunta “unione” di Stati non è riuscita a darsi né un proprio esercito né una lingua ufficiale unica, ricorrendo quindi alla NATO per la sua difesa e a una Babele di lingue per esercitare le sue funzioni.Sotto molti punti di vista, il termine di “unione” è un equivoco e un abuso. Come una simile istituzione continui a sopravvivere è spiegabile solo se si ammette che essa è ormai diventata "un apparato" burocratico gestito da sussiegosi ma mediocri impiegati e che, come tutti gli apparati, si oppone alla sua estinzione o a riforme strutturali.

      Se cercassimo dei leaders fra i 27 membri della UE, la ricerca sarebbe ardua e i risultati non occuperebbero neanche tutte le dita di una mano. Anche qui, infatti, per qualche misterioso e incomprensibile motivo, la maggioranza dei Governanti europei continua a mostrare un singolare strabismo e mancanza di idee. 

     I risultati: nuovi progetti di aiuti al rovinoso “buco nero” chiamato Ucraina e al suo Presidente commediante; riunioni inconcludenti sul cambiamento climatico ma nessuna sull’esplosione demografica, che è una componente essenziale di tale cambiamento;  riunioni altrettanto inconcludenti sui migranti e mancanza di coraggio nell’adottare una radicale politica di rigetto ed espulsione; insufficiente e frazionata solidarietà nei riguardi di Israele, lasciato praticamente solo a battersi con dei fanatici in turbante o kalashnikov; assenza di una politica deterrente chiara e determinata nei confronti del supporto iraniano alle varie entità islamiche che spadroneggiano da Gaza al Libano e alla Siria e ora anche nel Mar Rosso. Come se non bastasse, non cessa la paranoia NATO e tutti ancora si adoperano per assicurare l’ingresso anche della Svezia. Che quest’ultima, oberata da anarchie e violenze in parte collegate ai migranti possa perseguire una cervellotica partecipazione alla NATO è semplicemente assurdo. Così come è esilarante il fatto che il governo turco sfrutti il suo potere di veto  per ricattare sia Bruxelles che Washington.

      In altre parole, tempo e risorse sono spesi per obiettivi e motivi sbagliati in base a criteri puramente ideologici, distorcenti e senza nessuna strategia globale.

     Infine, sia gli Stati Uniti che l’Europa sembrano accomunati da una curiosa timidezza nei confronti della pirateria yemenita nel Mar rosso, giustificata dagli Houthis come una ritorsione nei confronti di Israele ma poi contraddetta dagli attacchi anche a navi indiane e di bandiera non israeliana. La recente creazione di una forza navale di protezione dei convogli lungo le coste dello Yemen è solo una misura reattiva, di cui non si sono ancora visti gli effettivi risultati. La realtà è che nessuno prende il toro per le corna e prende le iniziative.. 

     Il problema di fondo a questo proposito, "il toro", è infatti l’esistenza di un regime, quello di Teheran, che manovra delle pedine dal Mediterraneo all’Oceano indiano, al Golfo Persico e all’Iraq senza che nessuno lo richiami con fermezza (cioè, con i fatti) all’ordine. Il regime in questione e le sue comparse regionali sfruttano così l’evidente assenza di leadership sia a  Bruxelles che a Washington.La misura di tale pavidità e sfrontatezza è del resto espressa dalle minacce di ritorsione anche nei confronti degli Stati Uniti da parte di Hizbollah, Houthis, Iran, etc. Il tono di tali minacce ricorda certi discorsi di Hitler e la patetica dichiarazione di guerra di Mussolini agli Stat Uniti.

       L’improvviso ordine di ritiro dal Mediterraneo della portaerei Ford, soprattutto in un momento delicato come questo, sia in Israele che nel Mar Rosso, conferma del resto l’inettitudine e l'irresponsabilità dell’attuale Amministrazione di Washington. Fra l’altro, le blande risposte di quest’ultima di fronte ai disinvolti attacchi degli Houthis e al sempre più ovvio ruolo iraniano in questa partita del terrore non hanno senso, se si pensa al gigantesco budget militare (850 miliardi di dollari) degli Stati Uniti. 100 miliardi buttati per l’Ucraina e qualche drone contro gli Houthis e delle briciole per Israele: momento peggiore per far ritornare la portaerei in acque americane non poteva essere scelto. 

      La storia dei pirati è del resto vecchia ma istruttiva. Al tempo dei Romani, quelli cilici erano diventati una piaga, al punto che era diventato impossibile circolare nel Mediterraneo senza essere assaliti. Solo quando Pompeo Magno mise in azione 120.000 uomini e 250 navi, solo allora quei pirati furono completamente annientati nel 67 a. C. Storia analoga nel Golfo Perisco, la cui costa sud era appunto chiamata nel XVIII e XIX secolo “Costa dei Pirati”. L’attività preferita dei vari sceicchi di quei luoghi era appunto la pirateria, che però sconvolgeva il regolare traffico marittimo verso l’India britannica. Anche qui, solo quando la Gran Bretagna rase al suolo alcune roccaforti, solo allora la piaga piratesca venne debellata e quelle regioni presero il nome di “Stati della tregua”. I loro eredi, gli “Emirati arabi”, grazie al petrolio, non hanno più bisogno di scorrerie piratesche.

       I due esempi sopra menzionati sono istruttivi: in entrambi i casi solo una radicale azione di forza pose fine al problema. 

      I prudenti dalle due sponde dell’Atlantico obietterebbero che oggi esistono anche altri attori come Russia, Cina, Iran, mondo arabo, di cui sarebbe difficile prevedere le reazioni in caso diradicali misure nei confronti dei "pirati" (leggi: bombardamento delle loro basi). Ecco quindi l’esitazione e la cautela. Il problema è che spesso la moderazione viene scambiata per debolezza e impotenza. Se il fenomeno piratesco continua, tuttavia, la cosa più probabile è che lo sconvolgimento del flusso di merci attraverso il Mar rosso costringerà Stati Uniti e altre nazioni, incluse non solo quelle europee e  l’India ma anche lo stesso Egitto, ad adottare delle misure radicali. E’ solo questione di tempo.

      Tutti i fattori sopra menzionati rimandano tuttavia a un problema di fondo: sia Stati Uniti che Europa mancano di una strategia. La politica anti-russa non è una strategia ma una sorta di neurosi. 

      Paradossalmente, sembrano invece avere una ben definita strategia nazioni come l’Iran, la Russia, la Cina, la Corea del nord e la stessa India. Esse hanno cioè dei progetti articolati e pragmatici, anche quando sembrerebbero ideologici o sono di regime (vedi Iran o Corea del nord). Dietro il richiamo islamico, infatti, l’obiettivo iraniano, come del resto quello concorrenziale turco, è un’egemonia regionale. Anche i Russi hanno una strategia, che non è di aggressione come sostengono molti, ma di protezione di un'area territoriale russa. Che poi Mosca si sia messa a braccetto con regimi reazionari come Teheran o la Corea del nord, questo è uno dei risultati dell'effetto "Domino" della paranoia americana di espansione della NATO. In quanto alla Cina e all’India, le loro strategie sono di tipo nazionalistico (vedi Taiwan e Kashmir), economico (vedi Belt road initiative per la Cina) e di avanzamento tecnologico (missioni spaziali per entrambe).  Insomma, delle strategie ben definite, riconoscibili, razionali. Con ciò non si vuol dire che tutte le suddette strategie siano in odore di santità, ma solo che perlomeno esistono delle strategie, cosa che invece non sembra avvenire da un capo all'altro dell'Atlantico.

       Sarebbe tempo che anche Europa e Stati Uniti elaborassero anch’essi delle strategie più ancorate alla realtà, meno offuscate da arcaiche ideologie, da esitazioni varie e  anche da politiche da ostaggio nei confronti dell’invasione migratoria e del totalitarismo culturale islamico. 

       Perchè ciò avvenga, occorrono non dei dittatori ma dei leaders o comunque dei governanti e uomini politici capaci, coraggiosi e di età adeguata.

       C’è solo da sperare che siano già nati….

Antonello Catani, 5 gennaio 2024

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