Andrea Nicastro ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui analizza l’ipotesi che l’amministrazione Trump possa replicare in Iran il “modello” di cambio di regime recentemente attuato in Venezuela (il riferimento è alla cattura di Maduro).
Nicastro sostiene che: ”È militarmente realistico un blitz nel cuore del potere iraniano senza perdere soldati? Spingere al regime change in modo completamente diverso rispetto ai boots on the ground di Afghanistan e Iraq? Il precedente libico non lascia bene sperare, però le similitudini tra Venezuela e Iran sono parecchie. Entrambi sono Stati grandi produttori di petrolio, dittatoriali, in crisi economica da decenni a causa di sanzioni e corruzione. Entrambi fanno parte dell’asse anti-americano che comincia dalla Corea, prende forza in Cina e Russia, sfiora l’india, l’afghanistan e l’iraq, passa da Iran, Palestina, Yemen, Libano per sfociare infine nei Caraibi proprio in Venezuela e Cuba con qualche propaggine fino in Brasile”.
E aggiunge: “Sia a Caracas sia a Teheran esiste un’opposizione regolarmente repressa che riempie le carceri, viene picchiata e uccisa nelle strade, ma ha dimostrato di non essere (per il momento) abbastanza forte da dare la spallata al regime. In entrambi i Paesi i «ministeri della forza» (come direbbero i loro alleati russi per intendere chi controlla polizia, esercito e servizi) sono coadiuvati da bande paramilitari filo governative. In Iran i Basij, in Venezuela i Colectivos”.
Ecco i punti chiave della sintesi:
1. Il “Modello Venezuela” vs metodi classici. A differenza dei golpe tradizionali basati su fazioni dell’esercito locale o delle invasioni su larga scala (boots on the ground), il nuovo paradigma di Trump si basa sulla “manifesta superiorità di potenza”. L’obiettivo non è esportare democrazia, ma rimuovere il leader ostile per ottenere vantaggi pragmatici: contratti petroliferi e interruzione delle alleanze anti-americane.
2. Similitudini tra Iran e Venezuela. Nicastro individua diversi punti di contatto tra i due Paesi:
- Sono entrambi Stati produttori di petrolio in grave crisi economica cronica dovuta a sanzioni e corruzione.
- Entrambi fanno parte dell’asse anti-americano (con Russia, Cina e Corea del Nord).
- Presentano strutture di potere simili: opposizioni represse e l’uso di bande paramilitari per il controllo sociale (i Basij in Iran, i Colectivos in Venezuela).
- In entrambi i Paesi esiste un forte sentimento nazionalista anti-americano che funge da contrappeso all’ostilità verso il governo.
3. La fattibilità di un blitz in Iran. Dal punto di vista militare, l’Iran è una sfida più complessa per ragioni geografiche e logistiche. Tuttavia, l’autore sottolinea due fattori che renderebbero possibile l’operazione:
- Evoluzione tecnologica. I mezzi attuali sono molto superiori a quelli del fallimentare tentativo di Carter nel 1980.
- L’alleato Israeliano: Israele ha già dimostrato di poter colpire nel cuore di Teheran (come nel caso dell’omicidio di Haniyeh). Un’azione mirata contro la Guida Suprema, Ali Khamenei, potrebbe essere materialmente eseguita o attribuita a Israele, sollevando gli USA da complicazioni legali dirette.
4. Gli scenari post-blitz Secondo l’analisi, la rimozione (fisica o politica) del vertice teocratico potrebbe portare a:
- Una rivolta di piazza che travolge un apparato di sicurezza disorientato.
- Un rimpasto ai vertici, con l’ascesa di figure più “malleabili” già in contatto con i servizi segreti americani.
Conclusione. Per Trump, la natura del regime (dittatura o democrazia) è secondaria rispetto alla linea politica pro-Washington e alla riapertura dei mercati energetici. Dopo i casi di Putin, della Siria e del Venezuela, l’Iran potrebbe essere il prossimo banco di prova per questo approccio transazionale e di forza bruta.
7 gennaio 2026





