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Editoriali

Fragili segnali

Walter Veltroni ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale sostiene che il cuore del destino dei prossimi mesi è nel voto di martedì prossimo negli Usa. Se i democratici otterranno la maggioranza alla Camera e se riusciranno a strappare ai repubblicani i seggi necessari per conquistare il Senato, molto cambierà, non solo in America.

Scrive Veltroni: “ Brasile e Serbia, Israele e sondaggi nei Paesi europei mandano segnali contraddittori. Lula, contro ogni previsione, vince il ballottaggio in Brasile e un movimento di giovani serbi, la cui piattaforma è poco chiara ma che sono certamente meno filorussi e antieuropei di Vucic, stravincono le elezioni nel loro Paese. Si afferma a Brasilia un leader, Lula, a dispetto delle rottamazioni, visto che la sua prima candidatura presidenziale risale addirittura al 1989. E invece vincono a Belgrado dei ragazzi che davvero non si sa dove arrivassero, se non da due anni di lotta contro un regime asfissiante. Vecchio e nuovo, ma contro le autocrazie: in Brasile contro l’idea di un’America del Sud ridotta a giardino di casa di Stati Uniti ormai impazziti e la Serbia per evitare di consegnarsi definitivamente nelle mani di Putin. Se si vuole due rivolte nazionali, in difesa dell’autonomia dei due popoli. Una specie di patriottismo democratico, per tenere Brasile e Serbia in un mondo multipolare. Identità e apertura, la chiave, nel mondo globalizzato, per evitare conflitti, violenza e guerre”.

E prosegue: “Quando il tycoon fu eletto scrivemmo che la sua seconda presidenza non sarebbe stata scialba e incolore come la prima ma che stavamo entrando in una stagione di tipo rivoluzionario. Così purtroppo è stato. Due anni allucinanti: il rosario inquietante di scelte autoritarie, le violenze dell’Ice, il costante linguaggio d’odio proveniente dallo Studio Ovale, il totale dilettantismo, condito di pulsioni belliciste, con il quale si sono affrontate tutte le crisi internazionali, il cinico abbandono dell’ucraina al suo destino, la sventatezza di un attacco all’Iran sconclusionato e senza una strategia che ha gettato il mondo in una spaventosa crisi energetica, l’attacco nei confronti dell’Europa e di papa Leone XIV rei di aver, chi con provvedimenti e chi con una coraggiosa enciclica, messo in discussione lo strapotere delle Big Tech”.

Per concludere: “Una sconfitta di Trump, auspicabile per chi crede nei valori della democrazia e del pluralismo, non significa automaticamente una fase di minore conflitto. Un’anatra zoppa che governi con gli ordini presidenziali, che inasprisca le posizioni più estreme può essere davvero pericolosa. Ma certo la vittoria dei democratici sarebbe un segnale importante per il mondo intero. E per l’Europa, baluardo fondamentale dei diritti democratici. Esposta al rischio che la tornata elettorale in grandi Paesi, a cominciare dalla Francia, possa favorire l’affermarsi di forze che, in questo mondo interconnesso, suggeriscono soluzioni di tipo nazionalistico e populistico, l’Europa ora è sospesa tra rischi e possibilità. Ambedue potenti e definitive. Perché in questi mesi il tanto bistrattato e vilipeso vecchio continente ha recuperato l’Ungheria, osserva con favore la nuova fase in Serbia e ora potrà, se saprà farlo, avere nuovi alleati ed estendere anche in altri continenti, come ha fatto con il Canada di Carney, le proprie alleanze”.

Il quadro generale: Baram o Baram pida?

Veltroni utilizza la parola coreana Baram (vento del cambiamento) e l’espressione Baram pida (vento traditore) per interrogarsi sui segnali politici globali dell’autunno 2026, caratterizzati da forte contraddittorietà e polarizzazione.

I punti chiave dell’analisi

L’Europa tra rischi e nuove alleanze: l’Europa si trova ad affrontare sfide interne e scadenze elettorali insidiose (come le elezioni in Francia), ma registra anche segnali di rilancio: il recupero del dialogo con l’Ungheria, le prospettive in Serbia, le partnership internazionali (es. il Canada di Carney) e la svolta storica promossa dal premier britannico Burnham per riavvicinare il Regno Unito all’Unione Europea.

Brasile e Serbia (l’affermazione dell’autonomia multipolare): nonostante le differenze generazionali — la vittoria del veterano Lula in Brasile e l’affermazione dei giovani movimenti anti-Vucic in Serbia — entrambi gli eventi testimoniano un “patriottismo democratico”. Rappresentano la reazione delle opinioni pubbliche contro le ingerenze autocratiche (statunitensi in Sudamerica e russe nei Balcani) per preservare l’indipendenza in un mondo multipolare.

Israele (Una democrazia spaccata): la strategia di Netanyahu, fondata sulla guerra, ne ha indebolito il consenso ma gli ha garantito il controllo politico, radicalizzando la società e rafforzando la polarizzazione (incluso l’aumento dei consensi dei partiti arabi). Il Paese ne esce più fragile, diviso e instabile.

Stati Uniti (Il bilancio del biennio Trump e le elezioni di metà mandato):

  • I primi due anni di mandato: giudicati distruttivi sul piano interno (politiche migratorie dell’Ice, linguaggio d’odio) e internazionale (abbandono dell’Ucraina, sconsideratezza con l’Iran e conseguente crisi energetica, attacchi all’Europa e a Papa Leone XIV sulle Big Tech, isolazionismo).Il nodo elettorale: le imminenti elezioni Midterm sono il vero snodo globale. Un’eventuale vittoria democratica alla Camera e al Senato segnerebbe la frenata del populismo autocratico.L’incognita della sconfitta: in caso di esito negativo per i repubblicani, Trump non accetterà il risultato (come evidenziano già le contestazioni preventive sul voto in Alaska), rischiando di esacerbare le tensioni come “anatra zoppa”.

I democratici: La campagna elettorale ha evidenziato una ritrovata unità tra l’ala radicale e quella centrista del partito (grazie alla mediazione di Barack Obama) e l’emergere di nuove figure di rilievo come Jon Ossoff.

29 ottobre 2026