Il prof. Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale nel quale sostiene che tutto il mondo è con il fiato sospeso, come ha scritto Michael Hirsch su Foreign Affairs, è diffuso il timore che Trump possa rifiutare l’esito elettorale, nel caso risultasse a lui sfavorevole. Come avvenne il 6 gennaio 2021, quando i trumpiani dettero l’assalto al Congresso per impedirgli di formalizzare l’elezione alla presidenza di Biden. Per ora, vediamo cosa c’è in gioco il 3 novembre.
Scrive Fabbrini: “ L’America non ha un governo, ma ha istituzioni separate che partecipano al processo di governo. Si consideri il sistema elettorale. Ogni due anni vengono eletti i 435 membri della Camera dei rappresentanti e 1/3 dei 100 senatori,
i primi in distretti elettorali interni agli Stati (di circa 500 mila persone) e i secondi in distretti equivalenti alle dimensioni dello stato. Ogni stato ha due senatori, a prescindere dalle sue dimensioni demografiche. I rappresentanti rimangono in carica per 2 anni, i senatori per 6 anni. In coincidenza con le elezioni biennali della Camera e di 1/3 dei senatori, ogni quattro anni si tengono le elezioni presidenziali. Il presidente viene eletto indirettamente attraverso collegi elettorali di stato, ogni stato ha un numero di grandi elettori equivalente al numero dei rappresentanti di quello stato alla Camera più i due senatori. Diventa presidente chi prende la maggioranza dei grandi elettori dei 50 stati, anche se essa non corrisponde alla maggioranza elettorale. Evidentemente, questo sistema non può dar vita ad un governo. Non per Trump, per il quale, invece, è lui “il governo”. Ha catturato il Partito repubblicano, sostituendo i candidati tradizionali con i suoi MAGA (Make America Great Again), usando le primarie e i massicci finanziamenti dei suoi amici miliardari. Avendo conquistato la maggioranza delle due camere nelle elezioni del 2024, i trumpiani hanno neutralizzato il Congresso dall’interno, impedendogli di controllare il presidente. Che, infatti, ha potuto portare avanti la sua rivoluzione, accentrando la decisione nella sua persona. Anche in questi giorni, dice agli elettori: «Ci sono io nella scheda». L’America dei poteri separati è stata piegata al progetto autocratico di Trump. Come hanno scritto Steven Levitsky e Lucan A. Way su J ournal of Democracy, per lui l’obiettivo è di trasformarla in un “autoritarismo competitivo”. È possibile fermarlo?”.
E prosegue: “ La società americana è divisa in campi separati, ogni campo considera l’altro come il suo nemico. Trump ha radicalizzato tale polarizzazione, legittimando il rancore e l’odio. Nella cerimonia funebre per l’assassinio dell’attivista MAGA Charlie Kirk, tenutasi allo stadio degli Arizona Cardinals il 22 settembre 2025, gridò: «Io odio i miei avversari». Un’America polarizzata non può produrre nuovi ri-allineamenti. Tant’è che ha votato per due volte un candidato democratico afroamericano (Barack Obama) e subito dopo, sempre per due volte, un candidato repubblicano del suprematismo bianco (Donald Trump). È tale polarizzazione che rende l’America inaffidabile agli europei. Il consenso transatlantico è un ricordo del passato. Ursula von der Leyen e il suo capo di gabinetto (il potente Björn Seibert) dovrebbero prendere atto che è controproducente assecondare il presidente autocratico di una società divisa”.
1. Le elezioni del 3 novembre: in gioco la Costituzione americana
Per Sergio Fabbrini, le elezioni di metà mandato del 3 novembre non sono una semplice competizione tra democratici e repubblicani. La posta in gioco è la sopravvivenza del sistema costituzionale americano e dell’equilibrio tra i poteri.
L’autore richiama il timore, espresso anche da Michael Hirsch su Foreign Affairs, che Donald Trump possa contestare un risultato elettorale sfavorevole, come accadde dopo la sconfitta del 2020, culminata nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
2. Trump contro la separazione dei poteri
La Costituzione americana del 1787 ha costruito un sistema fondato sulla separazione dei poteri, nel quale il presidente, il Congresso e gli Stati federati partecipano al processo decisionale senza che un’unica istituzione possa concentrare tutte le decisioni.
Secondo Fabbrini, Trump sta cercando di modificare questo equilibrio:
- Ha conquistato il Partito repubblicano, favorendo candidati fedeli al movimento MAGA attraverso le primarie e il sostegno finanziario di miliardari.
- Ha indebolito il controllo del Congresso, grazie alla maggioranza repubblicana conquistata nel 2024.
- Ha accentrato il potere nella propria persona, comportandosi come se il presidente fosse l’intero governo.
Fabbrini richiama gli studiosi Steven Levitsky e Lucan A. Way, secondo i quali Trump punta a trasformare gli Stati Uniti in un sistema di autoritarismo competitivo: un regime nel quale le elezioni continuano a esistere, ma il potere viene esercitato in condizioni sempre meno equilibrate.
3. Il Congresso può fermare questa trasformazione?
Una maggioranza democratica alla Camera, ed eventualmente anche al Senato, potrebbe ripristinare una parte dei controlli sull’esecutivo. Il federalismo americano, distribuendo il potere tra Washington, Stati e amministrazioni locali, costituisce inoltre un possibile argine alla concentrazione presidenziale.
Tuttavia, una vittoria democratica non garantirebbe automaticamente un cambiamento politico duraturo.
Fabbrini spiega questa difficoltà con la crescente polarizzazione della società americana. Dopo la Guerra fredda, le disuguaglianze generate dalla globalizzazione e le loro conseguenze territoriali e sociali hanno contribuito a dividere gli elettori in schieramenti sempre più contrapposti.
Le appartenenze politiche si sono irrigidite: ciascun campo tende a considerare l’altro non un avversario legittimo, ma un nemico. Trump, secondo l’editorialista, ha radicalizzato questa divisione, alimentando il risentimento e l’ostilità verso gli oppositori.
Per questo gli Stati Uniti hanno potuto eleggere due volte Barack Obama e successivamente due volte Trump, senza che si producesse un nuovo e stabile riallineamento della maggioranza elettorale.
4. Le conseguenze per l’Europa
La polarizzazione interna rende gli Stati Uniti un alleato meno prevedibile per gli europei. Il tradizionale consenso transatlantico, fondato sulla continuità dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, non può più essere dato per scontato.
Fabbrini invita quindi Ursula von der Leyen e i vertici dell’Unione europea a prendere atto dei rischi di una politica fondata sull’assecondare le decisioni di Trump.
Anche un’eventuale vittoria democratica alle elezioni di metà mandato, infatti, non riporterebbe necessariamente gli Stati Uniti a una politica estera stabile e favorevole agli interessi europei.
5. La conclusione: l’Europa deve diventare autonoma
Il voto del 3 novembre mostrerà quanto sia possibile contrastare il progetto di accentramento del potere perseguito da Trump. Ma il risultato elettorale, da solo, non risolverà né la crisi istituzionale americana né la profonda divisione della sua società.
La conclusione di Fabbrini è netta: l’Europa non può più fondare la propria sicurezza e la propria strategia internazionale sulla presunzione che gli Stati Uniti rimangano un partner affidabile, indipendentemente da chi li governa.
Il messaggio centrale dell’editoriale è che la crisi americana è contemporaneamente una crisi della democrazia costituzionale e un problema strategico per l’Europa. Per questo l’Unione deve rafforzare la propria capacità di agire autonomamente, senza dipendere dagli orientamenti mutevoli della politica statunitense.
Una chiave di lettura
L’editoriale tiene insieme due questioni che spesso vengono affrontate separatamente:
- La questione democratica: non basta che le elezioni continuino a svolgersi; occorre che il Parlamento, la magistratura e gli altri centri di potere possano esercitare efficacemente le proprie funzioni di controllo.
- La questione europea: non basta auspicare che gli Stati Uniti tornino alla tradizionale collaborazione con gli alleati. L’Europa deve prepararsi anche all’eventualità di una persistente instabilità politica americana.
C’è però una distinzione importante: una maggioranza democratica al Congresso potrebbe limitare l’azione di Trump, ma non cancellerebbe automaticamente la polarizzazione che attraversa gli Stati Uniti. E una maggiore autonomia europea non implica necessariamente la rottura dei rapporti con Washington: significa poter cooperare con gli Stati Uniti senza dipendere interamente dalle loro scelte.
In definitiva, per Fabbrini, il voto di metà mandato riguarda sia la capacità delle istituzioni americane di contenere il potere presidenziale, sia la capacità dell’Europa di assumersi maggiori responsabilità nel proprio futuro.
28 ottobre 2026





