Flavia Perina, ex direttrice de Il Secolo d’Italia, organo del Movimento Sociale Italiano, oggi Fratelli d’Italia, ha pubblicato un interessante editoriale su La Stampa nel quale descrive la provvidenziale “ramazzata” di Giorgia Meloni che si può configurare come una vera e propria mossa politica decisa e strategica dopo la sconfitta referendaria: rimuovere figure controverse o indebolite (come Delmastro, Bartolozzi, Santanchè e ridimensionare Nordio) serve a ristabilire l’immagine di una leadership forte e coerente sul piano legalitario, oltre a prevenire conflitti interni alla maggioranza.
Dice Perina: ”Via Andrea Delmastro, via Giusy Bartolozzi, quasi-via Carlo Nordio, spedito davanti ai microfoni per un pubblico autodafé («mia la legge, mia la responsabilità») con annuncio di pensionamento a fine legislatura. Licenziata anche Daniela Santanchè, che con il referendum c’entra poco ma con i suoi pasticci giudiziari è da tempo spina nel fianco della destra. È un atto di forza e al tempo stesso di astuzia politica che risponde a un preciso obbiettivo: ripristinare l’immagine della leader forte, ricordare agli italiani che l’imprinting legalitario della destra esiste ancora ed agisce anche nei confronti degli amici. La ramazzata serve, anche, a stroncare sul nascere (o a provarci) la resa dei conti interna che segue ogni sconfitta e che avrebbe avuto come ovvi bersagli gli uomini e le donne del melonismo. Fratelli d’Italia spazza il suo campo e si mette in condizioni di giudicare quello altrui”.
Questa operazione consente anche a Meloni di ribaltare i rapporti di forza nella coalizione, mettendosi nella posizione di giudicare gli alleati: Antonio Tajani e Matteo Salvini vengono implicitamente accusati di aver fallito nella mobilitazione elettorale, contribuendo alla sconfitta.
Il punto centrale però è un altro: il centrodestra ha perso il suo “Piano A”. La vittoria del “No” ha fatto saltare l’intero progetto politico (riforme istituzionali, nuova legge elettorale, rafforzamento internazionale della premier, anche nel rapporto con Donald Trump). Ora il governo si trova senza una strategia chiara per l’ultimo anno di legislatura.
Sciogliere le Camere e votare subito non è praticabile, ma restare al governo impone di costruire un “Piano B”, finora mai davvero pensato. Questo significa riempire un anno di agenda politica e, soprattutto, ridefinire l’identità e la proposta della premier in vista delle elezioni del 2027.
Secondo Perina, Meloni ha già utilizzato tutte le principali narrazioni politiche (leader riformista, sovranista, pontiera internazionale, outsider vincente), e nessuna appare più sufficiente. Anche l’immagine di garante dei conti pubblici rischia di indebolirsi nel contesto economico attuale.
Conclusione: la “ramazzata” può servire a ristabilire ordine e autorità nella coalizione, ma non basta. La vera sfida è costruire una nuova visione politica credibile per il futuro: senza un Piano B, la leadership di Meloni rischia di arrivare impreparata alle prossime elezioni.
25 marzo 2026





