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Le domande dei giovani

Federico Fubini ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera nel quale si domanda se possiamo contare su un’Europa capace di ascoltarei nostri giovani oppure no e, in questo, prepara la propria crisi. Il conto del futuro non può essere tutto sulle spalle dei manifestanti che chiedono, anzi, pretendono risposte che fino ad oggi non sono arrivate.

La tesi centrale: oltre un milione di giovani scesi in piazza in più di dieci Paesi europei non rappresentano soltanto un problema di ordine pubblico, ma il segnale di una crisi sociale e generazionale. Un’Europa incapace di ascoltare le loro richieste rischia di compromettere il proprio futuro.

Scrive Fubini: “Non è la prima volta che accade, tutt’altro, in un’europa che ha visto negli ultimi decenni l’ascesa e la notevole tenuta in ruoli di responsabilità della generazione temprata dalle proteste partite nel 1968. E non è la prima volta che questi fenomeni si presentano così: a ondate rese dirompenti dal coordinamento digitale, improvvise e attraverso canali difficili da intercettare da forze dell’ordine spesso indietro nella dimestichezza con le tecnologie. Quindici anni fa le primavere arabe riempirono le piazze in tutto il Maghreb e in Medio Oriente a partire da un piccolo gruppo di ragazzi su Facebook in una città di terza fascia nel deserto tunisino. Oggi fenomeni epidemici del genere si stanno ripetendo in Europa. E come quindici anni fa, si direbbe che nessuno li controlli davvero: né fra chi li alimenta, né fra chi li vorrebbe reprimere”.

E prosegue: “Un filo rosso però si vede. Dietro l’ondata di manifestazioni del ’68 c’era una generazione dominante nei numeri della demografia e determinata a obbligare la generazione dei senior a condividere i frutti della crescita, economica e culturale. In questa ondata invece è vero l’opposto. Nelle strade c’è una generazione giovane, minoritaria da sempre a causa della recessione demografica; dunque, meno interessante per un sistema politico e un ecosistema di imprese che cercano i grandi numeri dove ci sono: fra gli anziani con molte teste, dunque molti voti, e un potere d’acquisto superiore. E se la generazione del ’68 chiedeva di condividere i frutti della crescita, questa chiede invece che i costi della stagnazione in Europa non siano scaricati tutti su di sé: sugli ultimi arrivati. Chiede che il sistema dell’istruzione restituisca ai più giovani dignità, nel momento in cui l’intelligenza artificiale minaccia di azzerare milioni di posti e il valore di anni di studio. Chiede contratti dignitosi, in un mercato del lavoro che resta spezzato in due fra iper-protetti (anche dai leader sindacali) e iper-precari sottopagati. Chiede che la globalizzazione del turismo di massa a caccia di affitti brevi non li espella dalle città. Chiede un’europa credibile, che non si limiti a subire le politiche di potenza della Cina sull’industria, degli Stati Uniti su tecnologie ed energia e della Russia sulla guerra. Chiede che il cambio climatico non diventi il prossimo marcatore di classe, con l’aria condizionata e i quartieri verdeggianti a rendere tollerabili le estati solo per chi può. Chiede, come sempre in questi casi, molto. Forse troppo. Chiede anche cose sulle quali l’ultra-semplificazione può debordare in cecità. È possibile volere uno Stato palestinese, ma senza ambiguità verso Hamas? È possibile difendere la democrazia e un’economia aperta, senza gettare a mare secoli di progresso civile dell’occidente? E perché tanta parte dell’antifascismo italiano di sinistra si volta dall’altra parte quando ha davanti a sé, in Vladimir Putin, l’incarnazione stessa del fascismo in questo secolo?”.

1. Una protesta europea con cause diverse

Le manifestazioni si sono diffuse in numerosi Paesi, alimentate anche dalla nuova ondata inflazionistica provocata dalle guerre. Le ragioni, tuttavia, variano da Stato a Stato:

  • Italia e Francia: difficoltà della scuola e dell’università, caro-affitti, costo della vita e accesso alle cure sanitarie.
  • Spagna, Portogallo e Grecia: soprattutto la crisi abitativa, che impedisce a molti giovani di trovare una casa accessibile.
  • Germania: timori per un possibile ritorno della leva militare obbligatoria.
  • Serbia: insofferenza verso il presidente Aleksandar Vučić, accusato di autoritarismo e di eccessiva apertura a Russia e Cina.

La diffusione delle proteste attraverso i canali digitali le rende rapide, difficili da prevedere e complicate da controllare.

2. La differenza rispetto al Sessantotto

Fubini individua una differenza fondamentale tra le proteste del 1968 e quelle attuali.

La generazione del Sessantotto era numerosa e voleva partecipare ai benefici della crescita economica e culturale. I giovani di oggi, invece, sono una minoranza demografica, spesso trascurata da una politica più attenta agli elettori anziani, numericamente più rilevanti e mediamente dotati di maggiore potere d’acquisto.

Non chiedono semplicemente di condividere la ricchezza: chiedono soprattutto che i costi della stagnazione europea non ricadano interamente sulle nuove generazioni.

3. Le domande dei giovani alla società

Le rivendicazioni esprimono un disagio profondo e investono diversi aspetti della vita quotidiana e del futuro.

  • Istruzione e lavoro: vogliono scuole e università capaci di offrire opportunità concrete, contratti dignitosi e retribuzioni adeguate. L’intelligenza artificiale aggiunge incertezza, minacciando posti di lavoro e svalutando competenze acquisite attraverso anni di studio.
  • Casa e città: chiedono di poter vivere nelle città in cui studiano e lavorano, senza essere espulsi dall’aumento degli affitti, anche a causa della diffusione degli affitti turistici brevi.
  • Welfare e qualità della vita: rivendicano servizi sanitari accessibili e la possibilità di affrontare il cambiamento climatico senza che i suoi effetti diventino un ulteriore fattore di disuguaglianza sociale.
  • Europa e politica internazionale: chiedono un’Unione europea più autorevole, capace di difendere i propri interessi industriali, tecnologici ed energetici di fronte alle strategie di potenza di Cina, Stati Uniti e Russia.

4. Le contraddizioni delle proteste

L’autore non idealizza il movimento giovanile. Riconosce che alcune rivendicazioni possono essere semplificate e che certi slogan rischiano di trasformarsi in cecità politica.

Pone domande scomode: si può sostenere la nascita di uno Stato palestinese senza ambiguità verso Hamas? Si può difendere la democrazia senza rinnegare le conquiste civili dell’Occidente? E perché una parte della sinistra antifascista sembra ignorare il carattere autoritario del regime di Vladimir Putin?

Fubini avverte inoltre del rischio che i troll legati a Mosca cerchino di sfruttare le proteste per alimentare divisioni e caos.

5. La conclusione: ascoltare, non reprimere

L’autore distingue nettamente le minoranze che ricorrono alla violenza — comportamenti che giudica inaccettabili — dalla grande maggioranza dei manifestanti pacifici.

Ridurre tutto a una questione di sicurezza, affrontandola soltanto con fermi, idranti e decreti, sarebbe un errore politico. Le proteste segnalano problemi reali che le istituzioni non possono ignorare.

Il messaggio conclusivo è che i giovani chiedono di essere presi sul serio. Un’Europa che non riesce a offrire loro prospettive di lavoro, autonomia abitativa, servizi e fiducia nel futuro rischia di alimentare una crisi che non sarà soltanto economica, ma anche democratica e politica.

Il significato politico dell’editoriale

Il punto più importante dell’analisi di Fubini è il problema della distribuzione dei sacrifici tra le generazioni. I giovani si trovano ad affrontare precarietà lavorativa, difficoltà abitative, incertezza tecnologica e climatica, mentre dispongono di un peso demografico ed elettorale relativamente ridotto.

Ne deriva una contraddizione: le democrazie europee hanno bisogno del contributo delle nuove generazioni, ma i loro meccanismi politici rischiano di privilegiare chi è già economicamente e socialmente protetto.

Il ragionamento riguarda anche l’Italia: se stipendi insufficienti, costo della vita e difficoltà di accesso alla casa impediscono ai giovani di costruire una vita autonoma, la conseguenza può essere l’emigrazione dei più qualificati, la sfiducia nelle istituzioni e il distacco dalla politica.

Fubini, tuttavia, non considera automaticamente giuste tutte le idee dei manifestanti. Chiede che le loro istanze siano ascoltate, senza rinunciare al senso critico, alla difesa della democrazia e al rifiuto della violenza.

In definitiva, il suo è un appello alla responsabilità delle classi dirigenti europee: non basta garantire la stabilità del presente se, per farlo, si finisce per compromettere le opportunità di chi dovrà sostenere il futuro.

26 ottobre 2026