Dal complottismo alla tutela degli innocenti: <<Useranno una storia divertente per fregarmi>>
«Il ministro della Giustizia dovrebbe convocare una conferenza stampa e spiegare in termini generali quello che sappiamo sul caso Epstein. Un’esposizione metodologica, senza fare nomi perché si rischia di distruggere esseri umani che non hanno fatto niente di male solo perché hanno avuto rapporti con lui».
Parole di Donald Trump durante un colloquio con Bill O’Reilly, celebre commentatore politico conservatore (lasciò la Fox otto anni fa per molestie sessuali), ora conduttore di trasmissioni per siti e tv dell’ultradestra. O’Reilly ha riferito le parole del presidente pochi giorni fa, ma ha aggiunto che quel colloquio risale al giorno di San Patrizio, il 14 marzo scorso. La ministra della Giustizia Pam Bondi e il suo vice, Todd Blanche, stando al Wall Street Journal, informarono Trump delle citazioni che lo riguardano negli Epstein files a maggio. La smentita del portavoce della Casa Bianca, Steven Cheung («fake news») è stata considerata, anche a destra, non solo ridicola, ma anche un autogol di Trump davanti alla sua gente. E questo non solo perché lo scoop del Journal è stato poi confermato anche dalla Cnn e dal New York Times: i ministri parlavano della cosa da tempo (ne avrebbe riferito privatamente il capo dell’fbi, Kash Patel), ma poi era ovvio per tutti che nella massa di documenti relativi al pedofilo morto suicida nel 2019 il nome di Trump fosse in qualche modo citato, vista la più che decennale amicizia tra i due negli anni Novanta e all’inizio del nuovo secolo, prima della rottura del 2004 avvenuta per una disputa immobiliare.
I documenti
Forse, allora, quella notizia è fake nel senso che a maggio Trump già sapeva. A febbraio la Bondi si era vantata: «La lista di Epstein è sul mio tavolo». Ora precisa: le carte, non una lista di clienti. In ogni caso, non è pensabile che abbia atteso tre mesi per esaminare i documenti dello scandalo sul quale Trump aveva imbastito una parte importante della sua campagna elettorale, promettendo di scoprire e punire gente losca e perversa: il cuore del deep State dei pedofili democratici, secondo i cospirazionisti Maga (incoraggiati dal loro leader).
Fatto sta che le contraddizioni di Trump su Jeffrey Epstein ormai dimenticate — nel 2002 l’aveva definito «un tipo straordinario del quale sono amico da quindici anni: uno che ama le belle donne come me e preferisce sceglierle tra le più giovani», mentre nel 2019, dopo l’arresto e il suicidio, il grande amico di un tempo diventò «uno che ho conosciuto a Palm Beach dove era ben noto e del quale non sono mai stato un fan» — sono riemerse e sono divenute esplosive.
Nervosismo
Stavolta l’attore abituato a conquistare il pubblico, qualunque cosa dica, ha esagerato: ha recitato due parti troppo diverse e per la prima volta è stato fischiato. Prima il candidato che minacciava vendette sanguinose contro il deep State pedofilo, al centro del quale faceva balenare la figura di Bill Clinton (realmente amico e frequentatore di Epstein) del quale chiedeva se fosse stato nell’isola caraibica degli incontri con le minorenni. Dopo il voto, la parte del presidente improvvisamente cauto e preoccupato di tutelare il buon nome di innocenti. Poi, dopo le accuse di Elon Musk («C’è anche Trump negli Epstein files»), il 7 luglio la decisione di spazzare via tutto: nessun caso, nessuna lista di clienti, solo leggende costruite dai democratici.
Troppo anche per i fedelissimi abituati ai suoi voltafaccia. Nervosissimo, anziché smussare gli angoli, Trump ha sparato a zero sui suoi stessi fan accusandoli di essere stupidi, creduloni, addirittura respingendo il loro sostegno. Poi altri autogol come la smentita alla lettera di auguri a Epstein per i suoi cinquant’anni, messaggio a sfondo sessuale corredato dal disegno di una donna nuda. Smentita accompagnata da un incredibile «io non ho mai fatto disegni». Poche ore dopo la rete era piena di disegni corredati dalla sua celebre firma, da lui donati anni fa per aste di beneficenza.
Perché tanta foga? Trump ha rotto con Epstein 21 anni fa. Pare non sia mai stato sulla sua isola. Non dovrebbe, quindi, temere accuse di reati con minorenni. Quei file esistono da tempo: se provassero reati di Donald, sarebbero emersi negli anni di Biden. Ma adesso il presidente irrita soprattutto i suoi con un tentativo di cover up che loro non capiscono.
Certo, potrebbero riemergere vicende remote: come le scorribande degli anni Novanta che Epstein aveva raccontato in lunghissime interviste a Michael Wolff. «Troveranno qualche storia divertente per cercare di fottermi», avrebbe commentato Trump coi suoi. E già riemergono le testimonianze di vittime come Maria Farmer, che fin dal 1996 aveva denunciato all’fbi di aver subito molestie congiunte da Epstein e Trump o Stacey Williams: la modella che sostiene di essere stata molestata dai due nel 1993.
Le immagini inedite
Dieci anni di accuse di sessismo non hanno scalfito Trump. Forse teme che quelle che riemergono associate al pedofilo Epstein siano molto più micidiali. Emergono immagini inedite mentre sui media campeggia la storia tragica di Virginia Giuffre, morta suicida pochi mesi fa: una delle ragazze dell’isola, tra le prime a denunciare Epstein, a raccontare di incontri sessuali col principe Andrea (che ha sempre smentito) e di essere «stata servita a vari uomini come un piatto di frutta».
Qui Trump non c’entra, ma Ghislaine Maxwell la reclutò a Mar-a-lago. Ora è lei, la compagna di Epstein, dal penitenziario di Tallahassee, ad avere in mano il pallino. La vuole sentire il Congresso, ma arriverà prima il governo. Può fare dichiarazioni esplosive o minimizzare, in linea con Trump. Che può scarcerarla.
Tutte le giravolte di Trump
L’articolo di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera analizza le contraddizioni e i voltafaccia di Donald Trump in merito al caso Jeffrey Epstein, il magnate pedofilo morto suicida nel 2019. L’attenzione si concentra in particolare sulle dichiarazioni di Trump dopo che il suo nome è emerso negli “Epstein files”.
L’evoluzione delle dichiarazioni di Trump
Inizialmente, Trump aveva cavalcato l’onda del complottismo, promettendo di smascherare e punire le “persone losche e perverse” del “deep State pedofilo democratico”, arrivando a tirare in ballo anche Bill Clinton. Tuttavia, con l’emergere del suo nome nei documenti relativi a Epstein, la sua posizione è cambiata radicalmente.
Recentemente, in un colloquio con il commentatore conservatore Bill O’Reilly (risalente a marzo ma rivelato solo ora), Trump ha espresso la necessità di tutelare il buon nome di persone innocenti, suggerendo al Ministro della Giustizia di spiegare il caso “senza fare nomi”. Questa virata è stata accolta con scetticismo, anche tra i suoi stessi sostenitori, soprattutto dopo che notizie da fonti come il Wall Street Journal, CNN e New York Times hanno confermato che Trump era stato informato delle citazioni che lo riguardavano già a maggio.
Le smentite e le accuse di autogol
La smentita del portavoce della Casa Bianca, Steven Cheung, è stata etichettata come “fake news” e considerata un autogol per Trump, dato che la sua lunga amicizia con Epstein negli anni ’90 era ben nota. Nonostante le sue precedenti lodi a Epstein (“un tipo straordinario… uno che ama le belle donne come me e preferisce sceglierle tra le più giovani” nel 2002), dopo l’arresto e il suicidio di quest’ultimo, Trump lo aveva definito “uno che ho conosciuto a Palm Beach… del quale non sono mai stato un fan” (nel 2019).
Nervosismo e le accuse di Elon Musk
Il nervosismo di Trump è emerso anche dopo le accuse di Elon Musk, che ha sostenuto la presenza di Trump negli Epstein files. Il 7 luglio, Trump ha tentato di minimizzare la questione, definendo il tutto “leggende costruite dai democratici” e arrivando ad accusare i suoi stessi fan di essere “stupidi e creduloni”. Ulteriori “autogol” includono la smentita di una lettera di auguri a sfondo sessuale per il compleanno di Epstein, accompagnata dalla frase “io non ho mai fatto disegni”, smentita poi da numerose immagini di disegni autografati da lui.
Le vere preoccupazioni di Trump
L’articolo suggerisce che, nonostante Trump abbia rotto con Epstein 21 anni fa e non sembri essere mai stato sulla sua isola, la sua foga e il tentativo di “cover-up” irritano i suoi stessi sostenitori. La vera preoccupazione potrebbe risiedere nel riemergere di vicende remote degli anni ’90, come le testimonianze di vittime che accusano sia Epstein che Trump di molestie congiunte, come quelle di Maria Farmer e Stacey Williams.
Inoltre, l’emergere di immagini inedite e la tragica storia di Virginia Giuffre, una delle prime a denunciare Epstein e a raccontare di essere stata “servita a vari uomini”, potrebbero essere ciò che Trump teme di più. Anche se Trump non è direttamente coinvolto in questi specifici episodi, il fatto che Ghislaine Maxwell (la compagna di Epstein) abbia reclutato alcune vittime a Mar-a-Lago aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione per l’ex presidente, soprattutto ora che la Maxwell, dal carcere, potrebbe fare dichiarazioni esplosive.
Tuttavia, è interessante notare come la figura di Trump, pur essendo unica nel suo genere, si inserisca in un contesto più ampio di crescente disillusione verso l’establishment politico e di ricerca di figure “anti-sistema” in diversi Paesi. Sebbene non si siano visti “Trump” identici in altre nazioni, è possibile individuare alcune tendenze comuni che hanno favorito l’emergere di leader con caratteristiche non convenzionali:
Populismo e anti-establishment: In molte democrazie, c’è stata una crescente insofferenza verso le élite politiche e un desiderio di “rottura” con il passato. Leader populisti, con retoriche dirette e spesso polarizzanti, hanno saputo intercettare questo malcontento.
Disuguaglianze economiche e globalizzazione: La percezione che la globalizzazione abbia favorito alcuni a discapito di altri ha creato un terreno fertile per discorsi protezionistici e nazionalistici, spesso cavalcati da figure che promettono di “ridare voce” ai dimenticati.
Uso dei social media e comunicazione diretta: L’avvento dei social media ha permesso a figure come Trump di comunicare direttamente con il proprio elettorato, bypassando i media tradizionali e creando un legame più personale, spesso basato su toni informali e provocatori.
Identità e valori culturali: In alcuni contesti, le discussioni sull’identità nazionale, sui valori tradizionali e sui timori legati ai cambiamenti sociali hanno portato a sostenere leader che si presentano come difensori di queste identità.
Quindi, sebbene Donald Trump sia un fenomeno profondamente radicato nella politica e nella cultura americana, le dinamiche che lo hanno portato alla presidenza non sono del tutto estranee a ciò che accade in altre parti del mondo, dove figure politiche “fuori dagli schemi” hanno guadagnato un consenso significativo. Le specifiche manifestazioni e il successo di tali figure variano molto da Paese a Paese, ma il substrato di sfiducia e desiderio di cambiamento è un filo conduttore che attraversa molte società contemporanee.
25 luglio 2025





