Simone Canettieri ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale sostiene che nella maggioranza di governo si discute sull’opportunità di andare al voto anticipato per tutta una serie di motivazioni.
Giorgia Meloni, secondo gli ambienti a lei più vicini in Fratelli d’Italia, vorrebbe andare al voto anticipato il prima possibile, magari già a maggio 2027, in coincidenza con le elezioni comunali. Ma la decisione dipende da tre variabili decisive: la sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale Stabilicum, le tensioni nella maggioranza sull’Ucraina e la prossima legge di Bilancio.
Scrive Canettieri: “Qualsiasi volontà di Meloni di accorciare la legislatura a maggio (con l’election day nei Comuni) è vincolata alla decisione dei giudici costituzionali sullo Stabilicum. Questa è l’unica partita in cui la premier fa da spettatrice. Nel centrodestra si vive il verdetto del Palazzo in piazza del Quirinale come un’ordalia. Che rischia di diventare una corsa contro il tempo. Tra chi frena e chi vorrebbe accelerare. Il fatto è semplice: se tra la fine di gennaio e febbraio dovesse arrivare una sentenza autoapplicativa con la correzione già chiara di piccoli dettagli che non tocchino l’impianto della legge (per esempio il numero di firme da raccogliere per i partiti), la premier avrebbe tutto il tempo di salire al Quirinale, dimettersi, partecipare a rapide consultazioni e assistere allo scioglimento delle Camere da parte del capo dello Stato, con la possibile indizione della data del voto in primavera. A maggio, appunto”.
E prosegue: “A fare da cornice a questa variabile primaria, c’è il contorno della guerra in Ucraina (e non solo). Salvini è stato perentorio nello stop alle armi a Kiev: il nodo si ripresenterà a fine anno quando il governo, in mancanza di sviluppi sui negoziati, dovrà decidere con un decreto se rinnovare per un altro anno (o magari sei mesi) l’aiuto militare ed economico a Zelensky. In altri tempi su queste scelte i governi sono entrati in crisi, con Meloni non è mai successo. Ma l’anno che verrà sarà quello elettorale”.
1. La Consulta può decidere i tempi del voto
Il fattore determinante è il verdetto della Corte costituzionale, atteso tra la fine di gennaio e febbraio, sui ricorsi contro lo Stabilicum.
- Se la Consulta indicherà correzioni circoscritte e immediatamente applicabili, senza modificare l’impianto della legge, Meloni potrebbe sciogliere anticipatamente le Camere e puntare alle elezioni già a maggio.
- Se invece la Corte solleverà problemi costituzionali che richiedono un nuovo intervento del Parlamento, la legge elettorale dovrebbe essere rimessa in discussione. I tempi diventerebbero incerti, tra votazioni parlamentari, possibili franchi tiratori e l’atteggiamento dell’opposizione.
In questo secondo scenario, il voto a settembre diventerebbe molto più probabile. La Consulta rappresenta dunque la variabile che Meloni non può controllare direttamente.
2. L’Ucraina può riaprire le tensioni nel centrodestra
Un secondo problema riguarda il sostegno militare ed economico a Kiev. Matteo Salvini ha ribadito la sua contrarietà all’invio di altre armi. A fine anno il governo dovrà decidere se rinnovare gli aiuti all’Ucraina, qualora i negoziati non producano risultati.
Finora queste divergenze non hanno provocato crisi di governo, ma la situazione potrebbe complicarsi in un anno elettorale, quando ogni partito sarà tentato di marcare le proprie differenze per conquistare consensi.
3. La manovra economica sarà il biglietto da visita del governo
La legge di Bilancio, ultima prima delle elezioni, sarà fondamentale per presentare agli elettori i risultati dell’esecutivo e le sue promesse per un eventuale secondo mandato.
La trattativa con l’Unione europea sull’utilizzo della flessibilità concessa per le spese energetiche è ancora aperta. Restano da chiarire anche alcune misure, come quelle relative all’ecobonus.
Meloni ha invitato gli alleati di Lega, Forza Italia e Noi moderati a moderare le richieste. Tutti, però, vogliono ottenere provvedimenti simbolici da rivendicare durante la campagna elettorale.
Il significato politico dell’articolo
L’articolo descrive una maggioranza che, pur guidata da una premier desiderosa di capitalizzare il consenso elettorale, non ha ancora la certezza di poter scegliere liberamente quando votare.
- Maggio favorirebbe Meloni, se riuscisse ad anticipare le elezioni sfruttando una decisione favorevole della Consulta sullo Stabilicum.
- Settembre diventerebbe l’ipotesi più concreta se fosse necessario riaprire il confronto parlamentare sulla legge elettorale.
- Ucraina ed economia potrebbero complicare ulteriormente i piani, mettendo in evidenza le divisioni tra gli alleati e i limiti delle risorse disponibili.
In conclusione: la data delle elezioni non dipenderà soltanto dalla volontà di Meloni, ma soprattutto dall’esito del contenzioso costituzionale sulla legge elettorale e dalla capacità della maggioranza di mantenere la propria coesione.
Il punto politicamente più rilevante è che la legge elettorale, anziché essere una regola condivisa e stabile del gioco democratico, rischia di diventare una variabile decisiva nella scelta del momento più conveniente per andare alle urne. La questione, quindi, non è soltanto quando votare, ma anche con quali regole e con quale grado di garanzia per la competizione democratica.
27 ottobre 2026





