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Editoriali

Incolpare le vittime

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui critica la tendenza di una parte delle élite intellettuali e politiche a spiegare la violenza giovanile, le razzie nei negozi e gli attacchi alle forze dell’ordine attraverso le ingiustizie sociali, l’emarginazione e le disuguaglianze. Secondo l’autore, comprendere le cause del disagio non significa giustificare chi commette atti violenti.

Il rischio è capovolgere le responsabilità: la società aggredita diventa imputata, mentre gli aggressori vengono presentati come vittime di un sistema ingiusto.

Scrive Rampini: ’’Il desiderio di spiegare diventa tentazione di giustificare. Le vittime finiscono sul banco degli imputati. Gli aggressori ricevono la patente di rappresentanti del disagio sociale. È un riflesso che abbiamo visto negli anni di piombo italiani; poi davanti al terrorismo islamico; o nelle tante rivolte precedenti delle periferie francesi: se qualcuno usa la violenza contro la nostra società, dobbiamo avere qualche colpa che spiega la sua rabbia. La violenza, il saccheggio, l’aggressione diventano sintomi di una malattia collettiva. E se invece la malattia fosse nell’ideologia che trasforma il risentimento in odio, la frustrazione in vendetta, il vittimismo in licenza di aggredire? Per non parlare della «voglia di Rolex e di Vuitton» che anima certe razzie… Se fosse vero che il disagio economico produce violenza, dovremmo trovare vandali e terroristi soprattutto fra i più poveri. La storia racconta qualcosa di diverso’’.

E prosegue: ’’I miti culturali contano. La cronaca descrive ragazzi affascinati dai rapper milionari, dal lusso ostentato, dalla fama conquistata sui social. Non è la miseria che si ribella alla ricchezza: è il desiderio di imitare una ricchezza esibita come misura del valore personale. Il consumismo sfrenato manipola il linguaggio della rivolta sociale. Si grida contro il capitalismo e intanto si desiderano — gratis — i suoi simboli più costosi. Il successo altrui diventa la prova di un’ingiustizia. Il risentimento prende il posto dell’ambizione. Questa cultura non nasce nelle periferie bensì fra gli intellettuali, nei media, nelle università, nei movimenti politici. Non dobbiamo cercare una colpa della società ogni volta che qualcuno l’aggredisce. Finiamo ancora una volta per omaggiare i violenti e umiliare le vittime’’.

I principali argomenti

1. Il precedente degli anni di piombo

Rampini ricorda che, durante il terrorismo delle Brigate Rosse, una parte del mondo politico e culturale cercò di spiegare la lotta armata attraverso le contraddizioni del capitalismo e le insufficienze della democrazia italiana.

L’autore contesta questa interpretazione: molti terroristi provenivano da ambienti relativamente benestanti e avevano avuto opportunità di istruzione. Non erano semplicemente espressione della povertà o della protesta operaia.

Ricorda soprattutto Guido Rossa, operaio e sindacalista comunista assassinato nel 1979 per aver denunciato un militante delle Brigate Rosse. La sua vicenda dimostra, secondo Rampini, che le vittime del terrorismo erano anche persone impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori e delle istituzioni democratiche.

2. Il terrorismo jihadista non nasce necessariamente dalla povertà

L’autore applica lo stesso ragionamento agli attentati islamisti in Europa, dal Bataclan di Parigi agli attacchi di Bruxelles.

Le spiegazioni basate esclusivamente su razzismo, discriminazione e mancata integrazione, sostiene Rampini, trascurano fattori decisivi: l’indottrinamento, le reti di reclutamento e le ideologie totalitarie.

Ricorda inoltre che diversi terroristi provenivano da famiglie benestanti. L’esempio più noto è Osama Bin Laden, appartenente a una ricchissima famiglia saudita.

Per Rampini, dunque, il fanatismo non è una conseguenza automatica della miseria: può svilupparsi anche in persone istruite e privilegiate, quando un’ideologia trasforma il risentimento in odio e giustifica la violenza.

3. Il conflitto tra generazioni non giustifica le razzie

Rampini respinge anche l’idea che le tensioni sociali derivino semplicemente dal contrasto tra anziani, tutelati da pensioni e servizi sanitari, e giovani con prospettive economiche peggiori.

Ammette implicitamente che le difficoltà delle nuove generazioni esistono, ma osserva che la maggioranza dei giovani che non riescono a comprare casa non assalta negozi e non aggredisce i poliziotti.

Il disagio economico, quindi, non basta a spiegare la scelta individuale di ricorrere alla violenza.

4. Il consumismo dietro le razzie nei negozi di lusso

Un passaggio significativo riguarda il desiderio di possedere beni costosi, come Rolex e articoli Louis Vuitton, e l’influenza dei rapper milionari e dei modelli di successo esibiti sui social network.

Secondo Rampini, alcune razzie non rappresentano una ribellione contro la ricchezza, ma il desiderio di appropriarsi dei suoi simboli senza pagarne il prezzo.

Si crea così una contraddizione: si proclama la protesta contro il capitalismo, ma si desiderano proprio gli oggetti che ne rappresentano il prestigio e il successo.

5. Il ruolo della cultura e delle élite

L’autore conclude che questa interpretazione distorta della rivolta non nasce soltanto nelle periferie: sarebbe alimentata anche da ambienti intellettuali, media, università e movimenti politici che attribuiscono alla società la responsabilità principale delle condotte violente.

Il risultato, a suo giudizio, è una distorsione morale: si finisce per celebrare o comprendere eccessivamente gli aggressori, dimenticando le vittime e chi difende le regole democratiche.

Il significato politico dell’articolo

La tesi di Rampini si può riassumere in tre punti:

  • Spiegare non significa assolvere: le condizioni sociali possono contribuire a comprendere un fenomeno, ma non cancellano la responsabilità personale.
  • La povertà non determina automaticamente la violenza: contano anche ideologie, modelli culturali, scelte individuali e dinamiche di gruppo.
  • La tutela delle vittime e delle istituzioni deve restare centrale: una società democratica non dovrebbe rinunciare a condannare con chiarezza aggressioni, saccheggi e terrorismo per timore di apparire insensibile alle cause del disagio.

Una valutazione critica

L’argomentazione di Rampini solleva una questione importante, ma merita anche qualche precisazione.

Il punto più convincente è il rifiuto del determinismo sociale: non si può considerare automaticamente giustificato chi commette violenze perché proviene da un ambiente svantaggiato. Farlo rischia persino di negare alle persone socialmente fragili la capacità di scegliere e assumersi responsabilità.

Il limite del ragionamento è che, per confutare una spiegazione esclusivamente economica, Rampini tende talvolta a ridimensionare il peso dei fattori sociali. Ma povertà, discriminazione, esclusione, mancanza di prospettive e ricerca di appartenenza possono contribuire alla radicalizzazione o alla violenza, senza esserne cause sufficienti né inevitabili.

Inoltre, terrorismo ideologico, saccheggi opportunistici e violenza contro le forze dell’ordine sono fenomeni differenti: ricondurli tutti alla stessa matrice culturale rischia di semplificare una realtà complessa.

La distinzione fondamentale è questa: riconoscere le responsabilità individuali non impone di ignorare le responsabilità della società; allo stesso modo, denunciare le ingiustizie sociali non significa assolvere chi aggredisce gli altri.

E’ proprio questo equilibrio a essere essenziale in una democrazia: fermezza nel rispetto della legge, attenzione alle vittime e capacità di affrontare le cause del disagio. Se manca il primo elemento, si rischia l’impunità; se manca il secondo, si rischia di reprimere i sintomi senza risolvere i problemi che li alimentano.

25 ottobre 2026