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Editoriali

La sinistra e il «voto utile»

Paolo Mieli ha pubblcato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale scrive che la sinistra, o meglio, gli elettori di questa parte politica si deve confrontare col una vecchia questione, ossia quella del voto utile. Il problema riguarda anche la destra, ovviamente.

Scrive Mieli: ”Vediamo perché. Se la Corte costituzionale non rigetterà in toto la legge elettorale appena approvata, all’apertura dei seggi troveremo ai nastri di partenza quattro formazioni: centrodestra, centrosinistra, Futuro nazionale e Azione. Il leader dei verdi Angelo Bonelli ha calcolato che, stando ai sondaggi, le confederazioni di maggior peso prenderanno circa l’84% dei voti. In testa il centrosinistra a cui i sondaggisti attribuiscono il 43%, dietro il centrodestra che si attesterebbe poco sopra il 41%. Il restante 16% se lo dovrebbero spartire gli altri due”.

E prosegue: ”C’è un solo leader che potrebbe capeggiare l’ala riformista del centrosinistra con qualche chance di allargarne il bacino elettorale: Paolo Gentiloni. Meloni ha i titoli per chiedere il «voto utile» ai vannacciani rassicurando nello stesso tempo i non ostili alla difesa europea. Gentiloni è l’unico che potrebbe impegnarsi in un’operazione analoga per bilanciare la leadership che verrà dalle primarie e rivolgersi a chi ancora crede in una sinistra che assomigli a tutte le altre socialdemocrazie del continente. Senza di lui, o qualcuno che abbia la sua caratura, la sinistra avrà difficoltà a giocare la partita del «voto utile». Partita solo apparentemente marginale”.

1. La tesi centrale: non basta conquistare la propria area politica

Paolo Mieli sostiene che, in vista delle prossime elezioni politiche, la vittoria dipenderà dalla capacità dei due schieramenti di conquistare voti anche al di fuori del proprio elettorato tradizionale.

L’editorialista mette in discussione la convinzione di Elly Schlein secondo cui il centrosinistra dovrebbe puntare soprattutto a sinistra, senza preoccuparsi troppo del centro. È possibile, ammette Mieli, che sia arrivato anche in Europa il «momento Mamdani»: la fase in cui un candidato più radicale riesce a mobilitare giovani, delusi e cittadini che normalmente si astengono.

Ma questa strategia comporta un rischio: trascurare gli elettori moderati e indecisi, proprio quelli che potrebbero risultare decisivi per la vittoria.

2. Il precedente del 1994: l’errore di sottovalutare il cambiamento

Mieli richiama le elezioni del 1994, quando l’Italia passò dalla Prima alla Seconda Repubblica.

Silvio Berlusconi comprese, grazie ai suggerimenti del politologo Giuliano Urbani, che il nuovo sistema politico richiedeva alleanze diverse da quelle del passato. Costruì una coalizione eterogenea, ma riuscì a vincere.

La sinistra, invece, si presentò divisa, senza un candidato condiviso alla guida del governo e puntando soprattutto a denunciare i rischi di una vittoria berlusconiana.

Per Mieli, la lezione è attuale: chi si limita a parlare al proprio elettorato e non comprende i cambiamenti politici rischia di perdere, anche quando parte da una posizione competitiva.

3. La sfida elettorale: il centrodestra ha un vantaggio organizzativo

Secondo i sondaggi citati nell’editoriale, il centrosinistra sarebbe intorno al 43%, contro poco più del 41% del centrodestra. Le due coalizioni raccoglierebbero quindi circa l’84% dei consensi, mentre il restante 16% andrebbe a Futuro nazionale, legato a Vannacci, e ad Azione, guidata da Calenda.

Mieli dubita che queste due formazioni possano davvero raggiungere insieme una quota così elevata. Ritiene invece che la competizione decisiva si giocherà anche sulla capacità di recuperare i voti degli elettori che oscillano fra gli schieramenti.

  • Giorgia Meloni può cercare di recuperare consensi alla propria destra, soprattutto tra gli elettori attratti da Vannacci, rassicurando al contempo quelli meno ostili alla difesa europea.
  • Elly Schlein e Giuseppe Conte possono contare su un bacino potenziale a sinistra, ma rischiano di lasciare scoperto il centro moderato e riformista.

Il problema del centrosinistra, secondo Mieli, è che la sua area riformista non dispone attualmente di una leadership abbastanza forte e riconoscibile da attirare elettori diversi da quelli già vicini al PD e al Movimento 5 Stelle.

4. Perché Mieli propone Paolo Gentiloni

L’editorialista individua in Paolo Gentiloni il possibile leader dell’ala riformista del centrosinistra.

A suo giudizio, Gentiloni avrebbe l’autorevolezza e il profilo europeista e socialdemocratico necessari per parlare agli elettori moderati, liberali e riformisti che potrebbero non riconoscersi pienamente nella leadership di Schlein o in quella di Conte.

Il suo compito sarebbe duplice:

  • bilanciare una leadership del centrosinistra eventualmente orientata più a sinistra;
  • offrire un punto di riferimento credibile a chi desidera una sinistra simile alle socialdemocrazie europee, senza rinunciare all’europeismo e alle politiche riformiste.

Mieli considera insufficienti, per questo compito, gli attuali esponenti della cosiddetta area riformista, che a suo giudizio non hanno ancora dimostrato una sufficiente autonomia politica e capacità di attrazione elettorale.

5. Che cosa significa davvero «voto utile»

Il voto utile non consiste semplicemente nel convincere gli elettori del proprio schieramento a votare il partito più forte della coalizione. Significa anche persuadere chi è incerto, chi è deluso e chi potrebbe scegliere una formazione minore a sostenere uno schieramento capace di vincere.

Per Mieli, Meloni dispone già di una leadership riconoscibile e può chiedere agli elettori di destra di non disperdere i consensi. Il centrosinistra, invece, deve ancora risolvere il problema della propria guida e trovare un equilibrio credibile fra componente progressista e componente riformista.

La conclusione dell’editoriale è netta: senza un leader riformista autorevole, come Gentiloni o qualcuno di pari caratura, la sinistra rischia di non riuscire a conquistare quella parte dell’elettorato moderato che potrebbe fare la differenza.

Il significato politico dell’editoriale

A mio giudizio, il punto più interessante dell’analisi di Mieli è che sposta la discussione dal quanto un partito riesca a mobilitare i propri sostenitori al chi riesca a convincere fra gli elettori che ancora non hanno deciso.

La strategia di Schlein — rafforzare il campo progressista e mobilitare gli elettori di sinistra — non è necessariamente sbagliata. Può persino essere indispensabile se una parte dell’elettorato progressista è delusa o si astiene. Ma non garantisce, da sola, la vittoria.

Il problema è che il centrosinistra deve tenere insieme sensibilità differenti: chi chiede maggiore radicalità sociale, chi vuole una politica economica più riformista, chi considera irrinunciabile l’europeismo e chi cerca soprattutto un’alternativa credibile al governo Meloni.

Un’alleanza elettorale, dunque, non basta: serve un progetto politico nel quale questi elettori possano riconoscersi.

E qui emerge una difficoltà che riguarda anche la proposta di Mieli: un leader come Gentiloni potrebbe rendere più credibile l’area moderata, ma non risolverebbe automaticamente i contrasti fra PD e M5S, né garantirebbe che gli elettori di centro tornino a votare il centrosinistra.

La questione fondamentale resta come costruire una coalizione sufficientemente ampia senza cancellare le differenze al suo interno.

In definitiva, il messaggio di Mieli è che il centrosinistra non può scegliere semplicemente fra sinistra e centro: deve trovare un modo per parlare a entrambi. E deve farlo prima delle elezioni, non quando sarà troppo tardi per recuperare i voti perduti.

15 ottobre 2026