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Editoriali

Prevost, gli Usa e quel Conclave «non capito»

Massimo Franco ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui scrive del difficile rapporto che sembra si stia instaurando tra il presidente americano ed il Pontefice Leone XIV.

Dice Franco che Steve Bannon, «ideologo» del trumpismo: ”Ha classificato Leone XIV come portavoce della «Deep Church», la «Chiesa profonda» che ossessiona il mondo Maga come il «Deep State», lo «Stato profondo» delle istituzioni americane disarticolate in questo anno di presidenza. La sua elezione, a sentire Bannon, sarebbe stato «un voto anti Trump dei globalisti della Curia» per riattivare «un flusso di finanziamenti dalla Chiesa Usa e in particolare dai grossi donatori, come la Papal Foundation». Dietro si avvertivano un pregiudizio e una pretesa. Il pregiudizio era quello atavico dei protestanti contro il Vaticano. La pretesa, quella trumpiana di ergersi a capo dei cattolici americani, che in maggioranza, il 54 per cento, avevano votato per lui”.

Il contesto: uno scontro di visione

L’articolo analizza la reazione composta ma ferma del Vaticano di fronte agli attacchi di Donald Trump contro Papa Leone XIV (Robert Prevost). Il cuore della questione è l’incapacità dell’amministrazione Trump di comprendere le dinamiche del Conclave che ha eletto il primo Papa statunitense della storia.

I punti chiave dell’analisi:

  • L’identità “ibrida” di Leone XIV: a differenza di Papa Francesco (percepito come un argentino lontano dalla cultura statunitense e spesso etichettato come “antiamericano”), Leone XIV è un figlio di Chicago e un ex missionario in Perù. Questa doppia natura di “Latin Yankee” gli permette di unire la sensibilità latinoamericana alla concretezza statunitense, rendendolo molto difficile da catalogare per la Casa Bianca.
  • Il fallimento della strategia di Trump: Trump e il suo entourage (in particolare Steve Bannon) tentano di applicare al Papa le categorie complottiste della politica interna, definendolo un esponente della “Deep Church” (la Chiesa profonda, speculare al Deep State). Tuttavia, questa narrativa fatica a fare breccia perché Prevost gode del sostegno compatto dell’episcopato USA, superando le vecchie divisioni tra vescovi repubblicani e democratici.
  • L’ignoranza delle dinamiche vaticane: Franco sottolinea come Trump abbia mostrato una profonda ignoranza dei meccanismi della Chiesa, cercando di influenzare il Conclave (appoggiando l’arcivescovo Dolan) o usando l’intelligenza artificiale per diffondere immagini caricaturali del Papa. Il Vaticano, di contro, ha mantenuto le distanze per evitare di essere strumentalizzato nelle elezioni americane (rifiutando, ad esempio, l’invito del vicepresidente J.D. Vance).
  • I motivi dell’attrito: la tensione è esplosa a causa delle posizioni critiche del Papa su temi caldi: le deportazioni degli immigrati, la gestione dei conflitti in Medio Oriente e il rifiuto del “Consiglio di pace” proposto da Trump, visto dal Vaticano come un attacco al multilateralismo delle Nazioni Unite.
  • Una sfida morale, non politica: l’articolo conclude che il vero problema di Trump è con i “suoi” elettori cattolici. Leone XIV non si pone come un avversario politico, ma agisce su un piano morale e religioso, puntando all’unità della Chiesa. La sua “pedagogia pragmatica” e la sua strategia di lungo periodo risultano insopportabili per un presidente che vede la politica in modo transazionale e immediato.

In sintesi: Mentre Trump cerca di dipingere il nuovo Papa come un nemico globale, Prevost rappresenta una sintesi di americanità e missione universale che mette in crisi la retorica del “Maga”, dimostrando che il Vaticano ha saputo affrontare il difficile rapporto con gli USA nato durante il pontificato di Bergoglio.

14 aprile 2026