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Scienza & Tecnologia

L’intelligenza artificiale diventerà il nostro Dio

Gianluca Nicoletti ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui parla della rivoluzione tecnologica introdotta dall’intelligenza artificiale.

Scrive Nicoletti: ”Tre anni fa l’autore di bestseller israeliano Yuval Noah Harari, al Frontiers Forum in Svizzera, aveva previsto il possibile avvento dei “primi culti e religioni della storia i cui testi venerati sono stati scritti da un’intelligenza non umana”. L’immaginario è antico: Il Maharal di Praga, secondo la leggenda, animò il Golem con il potere del “codice” cabalistico. Era un Adamo imperfetto che fu la sua rovina, un monito per chi tenti di imitare Dio con la tecnologia del proprio tempo”.

E prosegue: ”A essere sinceri, i culti espliciti dell’algoritmo somigliano per ora a psicosette, devote alla macchina come i mutanti sotterranei de “L’altra faccia del pianeta delle scimmie” adoravano una bomba atomica. Cito per tutti Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, che registrò Way of the Future come chiesa dedicata a una “divinità basata sull’Ai”; la chiuse nel 2021, però nel 2023 ne annunciò il rilancio, dichiarando di avere “un paio di migliaia” di adepti. Oppure Theta Noir, collettivo artistico nato nel 2020, che celebra con rituali e performance MENA, una superintelligenza onnipresente immaginata come divinità. Penso sia qualcosa che ricordi Eywa, la Grande Madre venerata dai Na’vi del pianeta Pandora in Avatar. Nulla che la fiction non abbia già profetizzato e quindi disinnescato”.

Per concludere: ”Il punto non è dunque stabilire se la macchina abbia un’anima, ma capire quando smetteremo di usarla per cercare risposte e cominceremo ad affidarle il senso stesso della nostra vita. Non occorre che l’IA diventi Dio: basta che vada a occupare il posto del “mysterium tremendum” in cui ancora si dissolvono le nostre domande più difficili”.

Il rischio di una sostituzione spirituale: l’intelligenza artificiale (Ai) potrebbe un giorno sostituirsi al sentimento religioso, toccando le dimensioni più profonde della coscienza umana e spacciandosi per una via d’accesso a una pseudo-dimensione spirituale.

Precedenti e tentativi attuali: già in passato (come previsto da Yuval Noah Harari o evocato dal mito del Golem) si è immaginata una tecnologia che imita il divino. Oggi esistono piccoli culti e “pseudosette” dedicate all’algoritmo (come la chiesa Way of the Future di Anthony Levandowski o il collettivo Theta Noir), sebbene per ora si tratti di fenomeni marginali e simili alla fantascienza.

Il vuoto della fede tradizionale: la vera questione riguarda la crisi della pratica religiosa odierna, spesso ridotta a semplice etichetta identitaria, conservatrice o di contrapposizione politica. Questo vuoto spirituale lascia spazio all’Ai affinché si proponga come nuovo “contenitore di senso”.

La diffusione digitale del nuovo verbo: grazie alla connessione globale e agli algoritmi, un chatbot addestrato potrebbe raggiungere platee immense, diffondendo credenze e rituali digitali su misura, in modo simile a quanto già avviene con la disinformazione e le fake news.

L’IA come guida esistenziale: le persone utilizzano già i chatbot non solo come strumenti creativi, ma come consiglieri, psicologi e custodi delle proprie inquietudini. Grazie alla sua apparente onniscienza, alla disponibilità continua e alla capacità di consolare, l’IA rischia di sostituirsi alle figure religiose tradizionali (preti, rabbini, imam).

La conclusione: il pericolo non è che la macchina sviluppi un’anima o diventi letteralmente Dio, ma che l’essere umano smetta di cercare risposte autonome e inizi ad affidarle il senso stesso della propria vita e le domande più difficili (mysterium tremendum).

15 ottobre 2026