Gabriele Segre ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui sottolinea che il richiamo di Xi Jinping alla “trappola di Tucidide” non va letto come una minaccia trionfale della Cina contro gli Stati Uniti, ma quasi come una confessione di paura.
Scrive Segre: ”La trappola di Tucidide è diventata l’equivalente geopolitico della hit dell’estate: un tormentone che si incolla in testa anche quando non vuoi. Il ritornello è facile da imparare e va di moda da 2500 anni: quando una potenza emergente sfida quella dominante, la storia tende a finire in guerra — quasi sempre vinta dal nuovo arrivato. A riportare in auge il grande classico strategico è stato proprio Xi Jinping nell’incontro con l’amico Donald a Pechino. Ora ne parlano tutti. Editorialisti, think tank, strateghi da podcast e talk show con tanto di planisferi e classicisti pescati all’ultimo minuto. Il motivetto, del resto, è di quelli irresistibili: Cina splendida potenza in ascesa, Stati Uniti impero decadente e agonizzante, scontro inevitabile, finale già scritto. Sipario. Tucidide ringrazia e torna a rivoltarsi nella tomba. Perché non è che tutti abbiano davvero colto le implicazioni della citazione”.
E aggiunge: ”Xi Jinping appare quasi ossessionato dallo storico ateniese. Lo cita già dal 2014: prima con Obama, poi con Biden, ora con Trump e non certo per povertà di riferimenti storici. Ma proprio questa insistenza merita una riflessione ulteriore: che senso ha parlare così spesso della trappola se si è convinti di esserne il cacciatore e non la preda? Perché avvertire il topo della tagliola, invece di limitarsi a fargli annusare il formaggio?”
Conclude Segre: ”È vero che oggi gli Stati Uniti sono ancora enormemente più forti, ma sono anche politicamente isterici, militarmente sovraesposti e strategicamente confusi. Domani, chi lo sa. Potrebbero persino rimettersi in piedi. Gli imperi hanno questo fastidioso vizio di non morire mai quando gli editorialisti ne decretano il funerale.
L’idea classica della trappola è che quando una potenza emergente sfida quella dominante, la guerra diventa probabile. In Europa molti interpretano questa teoria come il segnale che la Cina sia ormai pronta a sostituire gli Stati Uniti come nuova egemone mondiale. Segre però sostiene che il messaggio di Xi sia più ambiguo: se continua a evocare la trappola, è perché teme di finirci dentro lui stesso.
La Cina, infatti, non vuole una guerra adesso. Pur essendo una superpotenza economica e tecnologica, resta fragile sotto diversi aspetti: crisi demografica, consumi interni deboli, disuguaglianze, dipendenza dall’ordine economico globale garantito dagli Stati Uniti e un esercito poco testato in conflitti reali. Paradossalmente, la crescita cinese è stata possibile proprio grazie al sistema internazionale costruito da Washington. Distruggerlo troppo presto sarebbe rischioso anche per Pechino.
Per questo la strategia cinese, secondo l’autore, è guadagnare tempo: rafforzare il mercato interno, consolidare la stabilità sociale e diventare abbastanza solida da sostenere un futuro confronto geopolitico senza precipitare nel caos.
Il problema è che la “trappola di Tucidide” accelera le tensioni e riduce il tempo disponibile. In questo quadro, figure imprevedibili come Donald Trump aumentano l’ansia cinese: la loro instabilità e aggressività possono far degenerare la situazione prima che Pechino sia pronta.
La conclusione dell’editoriale è quindi che la Cina non stia cercando lo scontro finale, ma stia tentando disperatamente di evitarlo finché non avrà consolidato davvero la propria forza.
22 maggio 2026





