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Editoriali

L’umiliazione come arma. La politica da bullo del Tycoon

Flavia Perina ha pubblicato su La Stampa un editoriale: in cui scrive dello scontro tra il presidente americano e la premier italiana: il bullo Trump ha minacciato, deriso, insultato, ogni leader europeo ma stavolta ha passato il segno che divide la smargiassata politica dall’umiliazione personale. La seconda: ogni leader europeo gli ha risposto a modo suo – frasi più usate: inaccettabile, offensivo, chieda scusa – ma mai nessuno gli aveva replicato per le rime come ha fatto Giorgia Meloni, dandogli apertamente del bugiardo.

Dice Perina: ”La tempesta che ha impegnato ieri l’intera politica italiana segna uno spartiacque. Mai nella sua storia decennale la destra italiana era entrata in conflitto con la Casa Bianca. Mai, neppure davanti alle scelte più controverse, ne aveva criticato apertamente e personalmente i leader. I presidenti di matrice progressista erano stati blanditi. Quelli di segno repubblicano, da Ronald Reagan ai Bush, erano stati oggetto di una vicinanza ai limiti della venerazione, tutti ottimi, tutti salvezza dell’Occidente, tutti crociati della verità e della civiltà. Vedere, ieri, ogni singolo esponente di FdI pronunciare parole di fuoco contro Donald Trump, trattandolo come un nemico della premier, dell’Italia, di ogni alleanza, risultava davvero sorprendente”.

E aggiunge: ”Lo scontro con Meloni risolve una volta per tutte un quesito politico che ogni capo europeo si è posto negli ultimi due anni: accarezzarlo serve? Non serve. Non è servito a Keir Starmer («Non è Curchill»), a Emmanuel Macron («È maltrattato dalla moglie, si sta appena riprendendo dal pugno che le ha dato»), a Friedrich Mertz («Non sa quello che dice»), a Mark Rutte («La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno»), a Ursula von der Leyen, costretta a inseguirlo su un campo da golf per parlare di dazi, ne’ in tutta evidenza a Giorgia Meloni. L’aspirazione Attila del presidente americano ha diserbato ogni normale relazione diplomatica. Per irridere il premier inglese, un anno fa, Trump pubblicò sui social un video satirico in cui Starmer era terrorizzato dal rispondere a una chiamata dalla Casa Bianca: questo è l’effetto che il presidente Usa cerca, per esibirlo ai suoi elettori come prova di un potere assoluto e sprezzante”.


L’editoriale descrive Donald Trump come un leader che usa deliberatamente l’umiliazione personale – non più la semplice provocazione politica – come strumento di potere. Questa volta, però, secondo Perina, si supera una soglia nuova: non solo insulti e scherno verso i leader europei (da Macron a Merz), ma una vera e propria mortificazione individuale, con un surplus di disprezzo che diventa arma politica.

La novità principale riguarda Giorgia Meloni: per la prima volta un capo di governo europeo non si limita a definire “inaccettabili” o “offensive” le parole del Tycoon, ma gli risponde frontalmente, dandogli del bugiardo. Una reazione che nasce sia dalla forte personalizzazione del rapporto tra i due sia, sostiene Perina, da una componente sessista: Trump tende a caricare di sprezzo la critica quando l’interlocutore è una donna, e Meloni reagisce d’istinto a questa dinamica.

L’articolo ricostruisce anche un tratto più profondo: il tradizionale complesso di inferiorità con cui l’America ha spesso guardato le leadership italiane, dando per scontata la loro subordinazione. I rari “no” italiani agli Stati Uniti – da Craxi in poi – hanno sempre avuto un costo. In questo contesto, l’auto-narrazione di Trump come leader “più potente di Attila, Napoleone o Stalin” diventa la cornice ideologica di un potere che pretende obbedienza, non dialogo tra pari.

Lo scontro con Meloni chiarisce definitivamente un dubbio che ha attraversato tutte le cancellerie europee: accarezzare Trump non serve. Non è servito a Keir Starmer, a Emmanuel Macron, a Friedrich Merz, a Mark Rutte, né a Ursula von der Leyen. L’obiettivo di Trump non è la relazione diplomatica, ma l’esibizione pubblica del dominio, utile a rafforzare la sua immagine di potere assoluto davanti ai suoi elettori.

La vicenda segna uno spartiacque storico per la destra italiana: mai, in decenni, aveva attaccato apertamente un presidente americano, soprattutto repubblicano. La reazione compatta di Fratelli d’Italia contro Trump rappresenta una rottura culturale e politica senza precedenti.

Perina conclude sottolineando i limiti delle leadership iper-personalistiche: quando la politica si fonda sulla confidenza personale anziché sulle istituzioni, il passaggio dalla lusinga all’umiliazione è rapidissimo. Meloni credeva che la sintonia “Maga” la proteggesse; Trump credeva che proprio per questo dovesse obbedire. La fine del rapporto è condensata in poche frasi simboliche:
«Mi ha implorato», «sei un bugiardo», «non ti voglio come fan».

20 giugno 2026