Anna Zafesova ha pubblicato un articolo su La Stampa nel quale sostiene che i due contendenti della guerra russo-ucraina, ossia Vladimir Putin che il conflitto lo ha scatenato e Volodymyr Zelens’kyj, che ha dovuto cercare di opporre una strenua e coraggiosa difesa dei suoi territori ”violentati” dal novello zar di Pietroburgo, ebbene, dopo oltre quattro lunghi anni di guerra, il primo non ha ottenuto i risultati auspicati dall sua operazione militare speciale, il secondo è in chiara difficoltà perchè chi avrebbe potuto (e dovuto) continuare ad appoggiarne le ragioni, gli Stati Uniti a guida Donald Trump è stato abbandonato a se stesso. Il bilancio del Cremlino è a pezzi, l’Ucraina è martoriata.
Scrive Zafesova: ”Le guerre che non si concludono con la disfatta di uno degli avversari, di regola si fermano quando entrambe le parti non riescono più ad andare avanti, se non a un prezzo esorbitante. Non è un caso che Zelensky nella sua intervista a Fox, la tv che guarda Trump, ammette la necessità di «fermarsi», e parla di «congelamento» della guerra lungo la linea del fronte. Non promette né la cessione dei territori occupati a Putin, né una «pace» definitiva. Del resto, Kyiv ha in questo momento il coltello dalla parte del manico sul fronte del Donbas, e tiene sotto tiro dei suoi droni i punti nevralgici dell’economia russa. Ma rischia di pagare un prezzo enorme per la furia distruttrice di Putin. Da fine agosto, l’Ucraina non produce più acciaio, dopo che i missili russi sono riusciti a distruggere le tre maggiori acciaierie. La distruzione sistematica delle locomotive ha messo a rischio i trasporti civili e militari, e i porti dai quali si esporta il grano sono bloccati”.
E prosegue: ”La Russia, dal canto suo, sta subendo perdite umane colossali senza riuscire a conquistare nemmeno i villaggi del Donbas che Putin dichiara già «liberati» in tv. Il bilancio del Cremlino è a pezzi, e la finanziaria 2027 segna una svolta importante: per la prima volta, la principale fonte di entrate dello Stato non è il petrolio e il gas ma le tasse dei russi, a loro volta prodotto di una economia di guerra finanziata dallo Stato. La necessità di «fermarsi» dunque è evidente. Restano però gli interrogativi sulle modalità di questo «congelamento». Putin ha dichiarato appena due giorni fa di aver alzato le sue pretese territoriali verso l’Ucraina, e anche nell’eventualità di una intesa improbabile sul Donbas non è chiaro cosa voglia fare delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, parzialmente occupate dai russi. L’Ucraina non vede alcun senso in una tregua senza garanzie di sicurezza internazionali che la lascerebbero esposta a nuovi attacchi russi. Non sono dettagli “tecnici”, e forse Zelensky dichiara di «appoggiare completamente le iniziative di Trump» proprio perché crede che non porteranno da nessuna parte”.
1. Diplomazia sotterranea e toni smorzati
- Nessun annuncio clamoroso: i colloqui a Pietroburgo tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e Vladimir Putin sono stati definiti «costruttivi», portando alla promessa di un negoziato tecnico trilaterale (Usa, Russia, Ucraina). Tuttavia, i commenti freddi del Cremlino indicano che le aspettative di un grande vertice di pace promosso da Donald Trump restano al momento insoddisfatte.
- Incontri riservati: la vera diplomazia si sta muovendo lontano dalle telecamere, attraverso missioni riservate (come quelle di Witkoff e Jared Kushner a Mosca e Kyiv o dell’inviato russo Kirill Dmitriev a New York), da cui è scaturito ad esempio l’accordo sulla vendita di gasolio russo negli Usa.
2. La posizione di Kyiv e l’escalation strategica
- Ricerca di alleanze: Volodymyr Zelensky cerca sponda nei Paesi europei e nei settori moderati del Partito Repubblicano statunitense (come Marco Rubio) per controbilanciare le aperture di Trump verso Mosca.
- Aumento della pressione prima della tregua: i recenti bombardamenti russi e gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe vengono letti come tentativi di alzare la posta in vista di un possibile congelamento delle ostilità entro l’inverno.
3. Entrambi i Paesi al limite delle forze
Danni drammatici per l’Ucraina: nonostante la tenuta del fronte nel Donbas e la capacità di colpire l’economia russa con i droni, l’Ucraina paga un prezzo altissimo: la produzione di acciaio è azzerata per la distruzione delle principali acciaierie, i trasporti ferroviari sono in crisi e i porti cerealicoli risultano bloccati. Zelensky, parlando a Fox, ammette la necessità di «fermarsi» e congelare la linea del fronte, pur senza cedere ufficialmente i territori.
Crisi economica e perdite per la Russia: la Russia affronta perdite umane enormi con scarsi progressi territoriali. Per la prima volta nella finanziaria 2027, la prima fonte di entrate dello Stato russo è rappresentata dalle tasse sui cittadini e non più da gas e petrolio.
4. Gli ostacoli a un accordo definitivo
Nodi territoriali e garanzie di sicurezza: la strada per la pace resta in salita. Putin continua ad alzare le pretese territoriali (in particolare su Zaporizhzhia e Kherson), mentre l’Ucraina rifiuta qualsiasi tregua priva di concrete garanzie di sicurezza internazionali contro futuri attacchi.
22 ottobre 2026





