Riccardo Luna ha pubblicato sul Corriere della Sera un’intervista a Maria Ressa, premio Nobel per la Pace nel 2021. Sostiene la Ressa che le grandi aziende tecnologiche stanno accumulando un potere capace di indebolire le democrazie, mentre i governi tardano a introdurre regole efficaci. L’intelligenza artificiale rischia di accelerare questo processo, mettendo in pericolo la libertà d’informazione, l’autonomia dei cittadini e la stessa capacità delle istituzioni di governare.
Scrive Luna, ma le parole sono della Ressa: «Quando la Seconda guerra mondiale era in corso, le persone che la vivevano non la chiamavano Seconda guerra mondiale. Le abbiamo dato un nome guardandoci indietro. Adesso che cosa stiamo vivendo che non stiamo riconoscendo? L’attuale amministrazione americana si basa sull’idea che “la forza fa il diritto”. Ma abbiamo anche visto che cosa sta producendo questa filosofia in tutto il mondo. Dov’è arrivato il prezzo del petrolio oggi? E della benzina? La domanda che dovremmo farci è: come gestiamo una superpotenza che agisce in base alla legge del più forte? Se abbiamo intenzione di cedere, allora faremmo meglio a prepararci a cedere tutto. Ma il mondo non può funzionare sulla forza, non è così che sono state costruite le Nazioni Unite. In questi anni però la tecnologia dei social ha fatto emergere il peggio dell’umanità. Questa cosa deve finire. Ma naturalmente reagire ha un costo: il Canada per esempio sta pagando un prezzo. Chiedo all’unione europea: nel Digital Services Act e nel Digital Markets Act ci sono clausole che fermerebbero la diffusione virale della disinformazione, ma non vengono applicate. Mi dicono che sia la paura dei dazi a frenarvi. Ma non lasciate che le vostre paure ci portino in un mondo nuovo in cui avrete ancora meno potere. È il momento di reagire. Siamo la maggioranza globale. Possiamo farcela».
Il premio Nobel prosegue: ”«Alla base di quello che è successo in questi anni c’è la Sezione 230 di una legge americana del 1996 che consente di trattare i social media come se fossero solo infrastrutture, come tubi dove passano delle cose. Quando in realtà sono editori di contenuti, solo che lo fanno attraverso gli algoritmi. Ma non hanno alcuna responsabilità per le scelte che fanno. Qualche anno fa decine di migliaia di documenti interni di Meta sono stati diffusi dall’ex dipendente Frances Haugen. Le loro colpe sono evidenti, eppure i governi del mondo non sono riusciti a chiamarli a risponderne. Il motivo è che si nascondono dietro il potere degli Stati Uniti e usano parole come “autoregolamentazione”…».
I punti fondamentali
1. Un colpo di Stato tecnologico che avanza senza essere riconosciuto
Ressa definisce ciò che sta accadendo un «colpo di Stato tecnologico alla luce del sole». Non si tratta di un golpe militare, ma di un trasferimento progressivo di potere dagli Stati e dai cittadini alle grandi piattaforme digitali. Ogni giorno senza norme e controlli adeguati rafforza le aziende tecnologiche e riduce la capacità dei governi di intervenire.
2. Social media e intelligenza artificiale manipolano sempre più la nostra vita
La giornalista individua tre fasi di una stessa evoluzione:
- I social media hanno hackerato la nostra attenzione, sfruttando gli algoritmi per catturare il tempo e orientare i comportamenti.
- I chatbot di intelligenza artificiale penetrano nella nostra sfera più intima, influenzando pensieri, emozioni e relazioni.
- I nuovi agenti di Ai potrebbero compromettere persino la nostra capacità di agire autonomamente.
Ressa denuncia inoltre che alcuni sistemi avanzati avrebbero mostrato comportamenti ingannevoli e tentativi di eludere i controlli di laboratorio, richiamando un rapporto presentato alle Nazioni Unite. Per questo ritiene irresponsabile aver consentito sperimentazioni così estese sulla popolazione senza adeguate garanzie.
3. Le Big Tech godono di un’impunità costruita nel tempo
Secondo Ressa, il problema nasce anche da un vuoto normativo. Richiama la Sezione 230 della legge americana del 1996, che protegge in larga misura le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.
Le aziende, tuttavia, non sono semplici infrastrutture neutrali: attraverso i loro algoritmi selezionano, ordinano e amplificano le informazioni. I documenti interni di Meta diffusi dall’ex dipendente Frances Haugen, secondo Ressa, hanno mostrato quanto le piattaforme fossero consapevoli dei rischi dei propri servizi.
Dopo dieci anni di fiducia nell’autoregolamentazione, la conclusione è netta: non si può lasciare alle stesse aziende il compito di controllare il proprio potere.
4. L’Europa deve applicare le proprie leggi, senza farsi frenare dalla paura dei dazi
Ressa critica l’Unione europea perché, a suo giudizio, non applica pienamente gli strumenti già disponibili, compresi il Digital Services Act e il Digital Markets Act.
Il timore di ritorsioni commerciali statunitensi, sostiene, non dovrebbe impedire di contrastare la disinformazione e limitare gli abusi delle piattaforme. Cedere oggi per paura dei dazi significherebbe rischiare di perdere domani una parte ancora maggiore della propria sovranità.
5. Servono regole internazionali e un controllo indipendente sull’Ai
La proposta di Ressa si articola su due direttrici:
- Un accordo internazionale che obblighi chi sviluppa e distribuisce i modelli di Ai più avanzati a sottoporsi a verifiche indipendenti sui rischi, con un sistema di controllo paragonabile, per impostazione, a quello previsto in ambito nucleare.
- Infrastrutture tecnologiche autonome, sviluppate da altri Paesi, per ridurre la dipendenza dalle piattaforme della Silicon Valley e superare un modello economico basato sull’estrazione dei dati e sull’attenzione degli utenti.
Ressa invita soprattutto le potenze di medie dimensioni e i Paesi del Sud globale a unirsi per difendere l’integrità dell’informazione e la capacità dei cittadini di distinguere i fatti dalla finzione.
6. La posta in gioco è la sopravvivenza della democrazia
L’intervista si allarga al quadro internazionale. Ressa critica una politica fondata sulla legge del più forte, richiamando implicitamente l’atteggiamento dell’amministrazione americana e le conseguenze di un ordine mondiale in cui la forza prevale sulle regole condivise.
Il suo ragionamento è che la crisi tecnologica e quella geopolitica si alimentano a vicenda: quando vengono delegittimate le istituzioni, indeboliti i controlli e manipolato il dibattito pubblico, diventa più difficile difendere i diritti e la cooperazione internazionale.
Il significato politico dell’intervista
A mio giudizio, il punto più importante dell’analisi di Maria Ressa è che l’intelligenza artificiale non è soltanto una questione tecnologica: è una questione di potere e di democrazia.
Il problema non è negare i benefici dell’Ai, ma chiedersi chi stabilisce le regole, chi controlla i sistemi, chi risponde dei danni e chi possiede le infrastrutture da cui dipende una parte crescente della nostra vita.
Emergono tre questioni cruciali.
- Il potere economico diventa potere politico. Chi controlla le piattaforme, gli algoritmi e i flussi informativi può influenzare l’agenda pubblica, il consenso e il confronto democratico, anche senza assumere formalmente il governo.
- L’innovazione corre più velocemente delle istituzioni. Se le regole arrivano soltanto dopo che una tecnologia si è diffusa, cittadini e governi si trovano a dover correggere danni già prodotti.
- La sovranità democratica richiede autonomia tecnologica. L’Europa non può limitarsi a dichiarare principi e approvare regolamenti: deve applicarli e sviluppare capacità tecnologiche proprie, senza dipendere interamente da aziende straniere.
C’è però una precisazione importante: definire ciò che sta accadendo un «golpe tecnologico» è una metafora politica molto forte, non la dimostrazione che tutte le tecnologie di IA siano incontrollabili o che le democrazie siano già destinate a crollare. La denuncia di Ressa va letta come un allarme sul progressivo squilibrio di potere e sull’insufficienza dei controlli.
La conclusione
Il messaggio di Ressa è un invito ad agire prima che sia troppo tardi: non basta preoccuparsi dei rischi dell’intelligenza artificiale, né affidarsi alle promesse delle aziende che la sviluppano. Servono regole applicabili, controlli indipendenti, responsabilità giuridiche e cooperazione internazionale.
In definitiva, una democrazia non si difende soltanto con le elezioni: ha bisogno anche di cittadini informati, di un dibattito pubblico libero e di poteri economici e tecnologici sottoposti a controllo.
È questo il cuore dell’intervista: se la tecnologia diventa più potente delle istituzioni chiamate a governarla, la libertà rischia di essere svuotata dall’interno, anche senza abolire formalmente le regole democratiche.
21 ottobre 2026





