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Contro i profeti di sventura sull’Ai

Claudio Cerasa ha pubblicato un editoriale su Il Foglio nel quale sostiene che ci sono alternative al nuovo sport dell’estate: la narrazione apocalittica dell’intelligenza artificiale. Dati controintuitivi sui lavori del futuro, sulla valorizzazione dei talenti e sulla necessità di capire l’Ai, prima di demonizzarla.

Scrive Cerasa: ”. Nel 2025, lo sappiamo, l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti ha conosciuto un boom, ma nonostante questo l’America ha continuato a registrare più di cinque milioni di assunzioni lorde al mese e non ha conosciuto alcuna impennata del così detto tasso aggregato dei licenziamenti. Non è stato un boom occupazionale: le assunzioni sono diminuite rispetto all’anno precedente. Ma non si è verificato neppure lo svuotamento degli uffici annunciato dai profeti dell’apocalisse. Nei quasi quattro anni della rivoluzione generativa, dal lancio di CHATGPT nel novembre del 2022, l’economia americana ha aggiunto circa 4,6 milioni di posti nelle sue buste paga. E dei tagli annunciati dalle imprese negli Stati Uniti nel 2025 solo il 4,5 per cento è stato attribuito esplicitamente all’ai. Nel 2026 i tagli attribuiti all’ai sono aumentati, ma finora non si è vista un’impennata generale dei licenziamenti”.

E continua: ”Un dato interessante, su questo tema, arriva dal Global Ai Jobs Barometer 2026 di PWC: rispetto alla base del 2018, le aziende appartenenti ai settori più esposti all’Ai hanno registrato una crescita degli organici del 52 per cento, contro il 36 per cento delle aziende meno esposte. E nello stesso periodo, altro dato drammatico per i profeti di sventura, i salari sono cresciuti rispettivamente del 24 e del 17 per cento. Niente male. All’interno di questo quadro, poi, c’è un dettaglio interessante per chi lavora con L’Ai. Lo ha notato settimane fa David Brooks sull’Atlantic: chi usa L’Ai per lavoro sa di che cosa sta parlando Brooks. Ricordate quando si diceva che l’intelligenza artificiale avrebbe offerto la possibilità di avere più tempo libero? Finora, a quanto pare, non è andata così. I ricercatori di Activtrak hanno analizzato l’attività digitale di oltre diecimila lavoratori e hanno scoperto che, con l’adozione dell’Ai, la vita lavorativa è diventata più intensa, non meno. I ricercatori della Haas School of Business dell’università della California, Berkeley, come racconta Brooks, hanno scoperto che, con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, i lavoratori hanno cominciato ad assumersi compiti che prima delegavano, hanno infilato brevi scampoli di lavoro la sera, nei fine settimana, nelle sale d’attesa e ogni volta che avevano un momento libero e L’Ai era a portata di mano. L’Ai non ha semplicemente reso più rapido il vecchio lavoro: ha allargato la quantità di lavoro che le persone si sentono capaci e disponibili a svolgere. Doveva produrre una disoccupazione di massa, L’Ai, e, per fortuna, non l’ha ancora fatto”.

Per concludere: ”L’Ai doveva produrre una disoccupazione di massa e, finora, non è accaduto. Doveva rendere il talento naturale meno seduttivo di quello artificiale, e per ora sembra aver reso ancora più prezioso il talento umano capace di governarla. L’intelligenza artificiale cambierà il mondo, e questo lo sappiamo, ma piuttosto che concentrare la nostra attenzione sul tema delle regole, su cosa fare per ingabbiarla, su cosa fare per fermarla, su cosa fare per normarla, varrebbe forse la pena fare uno sforzo in più e chiederci, nell’estate del panico da Ai, cosa possono fare gli stati e le aziende per avere sempre più talenti capaci di usare l’intelligenza artificiale anche per combattere il catastrofismo universale promosso con pigrizia naturale dai nuovi e vecchi profeti di sventura””.

Claudio Cerasa, insomma, invita a guardare all’intelligenza artificiale con maggiore realismo, evitando sia l’entusiasmo ingenuo sia soprattutto le narrazioni apocalittiche che prevedono inevitabilmente disoccupazione di massa, impoverimento delle capacità umane e un futuro distopico.

Il primo dato controintuitivo riguarda il lavoro. Nonostante il forte sviluppo dell’Ai negli Stati Uniti dal lancio di ChatGPT nel 2022, non si è verificata finora la prevista esplosione dei licenziamenti: l’economia americana ha creato circa 4,6 milioni di posti di lavoro e soltanto una piccola parte dei licenziamenti annunciati nel 2025 è stata direttamente attribuita all’Ai. Anzi, alcune grandi aziende stanno aumentando le assunzioni proprio per disporre di persone capaci di utilizzare e sviluppare le nuove tecnologie.

Anche i dati di PwC ridimensionano lo scenario catastrofico: dal 2018 le aziende dei settori maggiormente esposti all’AI hanno aumentato gli organici del 52%, contro il 36% delle imprese meno esposte, mentre i salari sono cresciuti rispettivamente del 24% e del 17%. L’AI, quindi, almeno per ora, non sembra distruggere il valore del lavoro umano, ma accrescere la domanda di competenze capaci di governarla.

C’è però un altro paradosso: l’Ai non sta necessariamente facendo lavorare meno. Le ricerche citate da Cerasa mostrano che, dopo l’introduzione dell’Ai, molti lavoratori hanno aumentato email, messaggi e attività digitali. La maggiore produttività non si traduce automaticamente in più tempo libero: quando aumenta la capacità di fare, aumentano anche le aspettative e la quantità di lavoro considerata possibile. È la stessa tesi sostenuta da Sam Altman: la tecnologia non porterà necessariamente alla settimana lavorativa di quattro ore, perché una maggiore produttività tende a generare nuovi bisogni e nuovi obiettivi.

Il problema, quindi, non è soltanto usare troppo l’Ai, ma usarla male. Secondo l’Ilo, l’intelligenza artificiale può aumentare la produttività nelle singole mansioni anche del 10-70%, soprattutto nei compiti ben definiti e per i lavoratori meno esperti. Ma questi guadagni non si trasferiscono automaticamente all’intera azienda: l’adozione è ancora diseguale e spesso rimane confinata a progetti pilota.

La conclusione di Cerasa è che l’Ai sta certamente cambiando il mondo, ma la realtà è molto più complessa degli scenari apocalittici. Non ha finora provocato la disoccupazione di massa annunciata e, paradossalmente, sta rendendo più preziosi i talenti umani capaci di comprenderla e utilizzarla. Per questo, più che concentrarsi esclusivamente su come «ingabbiare» o regolamentare l’AI, Stati e imprese dovrebbero investire nella formazione di persone capaci di governarla, trasformandola in uno strumento di crescita anziché in una minaccia.

In una frase: per Cerasa, la vera sfida dell’Ai non è fermarla per paura delle sue conseguenze, ma formare abbastanza talenti da saperla usare bene, perché i dati disponibili finora raccontano una realtà assai meno apocalittica di quella descritta dai «profeti di sventura».

20 agosto 2026