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Politica

Se Giorgia lancia la sfida su Kiev

Alessandro De Angelis ha pubblicato su La Stampa un editoriale nel quale affronta uno dei nodi centrali del dibattito politico e geopolitico contemporaneo: il superamento della logica puramente nazionale, autoreferenziale e difensiva di fronte alle grandi crisi globali.

Scrive de Angelis: ”. Nella settimana in cui Trump ha sostanzialmente riarmato Putin, togliendoli le sanzioni sul petrolio, e lo ha rilegittimato per l’ennesima volta dando a Zelensky l’avviso di sfratto, la posizione di Meloni è un elemento non banale di tenuta, anche rispetto al suo mondo. Così come lo è l’invito a indicare un negoziatore possibilmente a nome di tutti ma, nel caso, anche indicato dai soli Volenterosi. Né più né meno, ciò che ha detto, più volte, Sergio Mattarella. Più della garbata critica all’amministrazione americana, nel discorso, valgono, come giudizio, le reazioni risentite della portavoce del Cremlino e l’apprezzamento del leader ucraino.”

E continua: ”Sull’Ucraina Giorgia Meloni ha costruito, sin dall’inizio, un pezzo della sua credibilità internazionale. Però ieri, all’interno di una storia che ha conosciuto momenti di orgoglio e momenti di grande prudenza per non indispettire Trump ai tempi della “relazione speciale”, il dato è la postura sfidante, in attesa di sciogliere il nodo del prossimo decreto armi, ancora impantanato nei distinguo della maggioranza. Ne ha fatto cioè una questione politica e di principio su cui misurarsi e non nascondersi in quanto “impopolare”. Con Vannacci, in primis: quel paragone tra Putin e l’Urss funziona come richiamo alla pancia anticomunista della destra, memore di Budapest e Praga, a proposito di “patrioti”

Nel passaggio citato («L’idea che ciascuno risponda con gli strumenti che ha all’interno del perimetro delle proprie frontiere fa fatica ad essere messa in discussione»), l’autore evidenzia un limite strutturale della politica e della percezione comune:

La tentazione dell’isolazionismo o del sovranismo difensivo: di fronte a fenomeni complessi e globali (che si tratti di flussi migratori, sicurezza, crisi economiche o transizioni ecologiche), la reazione istintiva della politica e delle opinioni pubbliche tende a ripiegare sulla chiusura entro i propri confini nazionali, illudendosi che bastino gli strumenti tradizionali di sovranità statale per erigere “barriere” efficaci.

La resistenza al cambiamento di paradigma: questa mentalità – nota l’autore – è dura a morire perché fa leva su paure ancestrali e sulla ricerca di rassicurazioni immediate, sebbene la realtà dimostri costantemente l’inadeguatezza delle risposte puramente locali o nazionali a problemi di portata transnazionale.

La barriera culturale e politica: il vero ostacolo (la barriera da superare) non è di natura tecnica o economica, ma culturale e politica. Richiederebbe la capacità di ripensare gli assetti di cooperazione (ad esempio a livello europeo o internazionale) e di accettare che la tutela del proprio benessere e della propria sicurezza non passa attraverso la chiusura delle porte, ma attraverso la gestione condivisa e strutturale dei fenomeni globali.

In sintesi, l’articolo stimola una riflessione critica sull’incapacità cronica della politica di abbandonare vecchi schemi di difesa particolaristica per aprirsi a una visione all’altezza delle sfide interdipendenti del nostro tempo.

15 ottobre 2026