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Esteri

Tante crisi e un’anatra zoppa

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che alle elezioni negli Stati Uniti del 3 novembre il presidente Donald Trump si appresta ad incassare una sonora sconfitta alle elezioni di metà mandato.

Scrive Rampini: ”Gli Usa, è vero, sono una Repubblica presidenziale, la politica estera e la difesa in particolare sono prerogative dell’esecutivo. E Trump ha ancora un biennio alla Casa Bianca. Ma il Congresso ha l’ultima parola in materia di bilancio. Se taglia i fondi al Pentagono mancheranno i mezzi per la guerra con l’Iran. Proprio questo calcolo sul calendario politico spiega il comportamento di Teheran. Anche in altre parti del mondo si diffondono aspettative sul verdetto degli elettori americani, palesemente insoddisfatti.”

E continua: ”Con l’inizio del dopo Trump potrebbe cominciare la ricostruzione di un ordine mondiale più stabile. Ma queste speranze sono fondate? In molti casi hanno un difetto: esagerano il ruolo di Trump, quasi che guerre e caos siano riconducibili sempre a lui. Cominciamo dalla più vicina, l’Ucraina. Putin gettò la maschera e cominciò ad attuare i suoi piani di espansionismo aggressivo con George W. Bush alla Casa Bianca: anno 2008, guerra in Georgia. Proseguì annettendosi la Crimea con la forza militare: Obama alla Casa Bianca, anno 2014. Infine invase l’Ucraina durante la presidenza Biden nel 2022. Tre presidenti americani diversi da Trump non riuscirono a contenere il neonato imperialismo russo. Peggio ancora fecero gli europei. Venne dall’Europa il no all’ingresso dell’ucraina nella Nato, che Bush aveva ventilato nel 2008, e che probabilmente avrebbe impedito la guerra attuale.”

Per concludere: ”. Gli errori di Trump sono innegabili e imperdonabili, ma sono più la norma che l’eccezione. Inoltre chi vagheggia un «ordine perduto» dovrebbe leggersi il capolavoro di storia del Medio Oriente che è The Cauldron di Simon Sebag Montefiore: in quell’area del mondo guerre, conflitti etnici e religiosi, erano costanti già all’inizio del Novecento sotto l’impero ottomano. Il risorgere oggi di nostalgie imperiali turco-ottomane, persiane, arabe, garantisce che i conflitti continueranno anche nell’ipotesi — irrealistica — che le superpotenze esterne si allontanino dalla regione.”

Le aspettative sul “dopo Trump” e le elezioni di midterm: si prevede una pesante sconfitta per il Partito Repubblicano alle elezioni di midterm del 3 novembre, che condurrà Donald Trump allo status di “anatra zoppa” e aprirà la fase del “dopo Trump”. Molti sperano che questo ridimensionamento possa attenuare le crisi internazionali e ristabilire un ordine mondiale più stabile, ma tali aspettative tendono spesso ad esagerare il ruolo e le responsabilità di Trump.

La crisi in Ucraina e le responsabilità europee: l’imperialismo russo non è nato con Trump: l’espansionismo di Putin si è manifestato con la guerra in Georgia nel 2008 (sotto G.W. Bush), l’annessione della Crimea nel 2014 (sotto Obama) e l’invasione dell’Ucraina nel 2022 (sotto Biden). Inoltre, gli errori europei sono stati determinanti: dal no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato nel 2008 (ventilato da Bush) al decennale affarismo energetico e commerciale con Mosca portato avanti da leader come Willy Brandt, Schröder, Merkel e Scholz, che ha finito per finanziare il riarmo russo. Il disagio sociale interno, inoltre, ha alimentato partiti di estrema destra filorussi o anti-Nato, lasciando dubbi sul fatto che l’asse franco-tedesco saprà fermare Putin anche dopo Trump.

Il Medio Oriente e le tensioni storiche: la politica di Trump verso l’Iran ha inciso negativamente sulla sua popolarità a causa dei contraccolpi sui prezzi dei carburanti, ma l’ostilità di Teheran dura da 47 anni, dai tempi della rivoluzione khomeinista. Le crisi mediorientali e la destabilizzazione dei mercati energetici sono una costante storica (dalla crisi di Suez nel 1956 in poi). La persistenza di conflitti e tensioni etniche e religiose nell’area — radicate già all’inizio del Novecento sotto l’impero ottomano e alimentate dalle nostalgie imperiali di Turchia, Iran e Stati arabi — dimostra che i conflitti continuerebbero anche in caso di un ipotetico disimpegno delle superpotenze esterne.

Globalizzazione, protezionismo e rapporti con la Cina: l’idea che il dopo Trump segni un ritorno all’età dell’oro della globalizzazione s’infrange contro la realtà dei rapporti tra Bruxelles e Pechino. Se in passato alcuni europei avevano risposto ai dazi americani vagheggiando un’alleanza con la Cina, oggi la situazione è radicalmente cambiata: il mercato statunitense resta cruciale (specie per il made in Italy), mentre la Cina persegue una logica autarchica per imporre la dipendenza globale. Le pesanti ripercussioni sull’industria automobilistica (inclusa quella tedesca) hanno fatto svanire le precedenti ingenuità di Bruxelles e Berlino, portando a considerare il costo dell’inazione superiore a quello delle eventuali rappresaglie cinesi.

Conclusioni: sebbene la fine dell’era Trump possa attenuare i timori legati a un’America imprevedibile o ostile, ciò non basterà a garantire che l’Europa prenda pienamente coscienza delle minacce circostanti e decida di agire di conseguenza.

10 ottobre 2026