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Economia

I dazi di Trump danneggiano… Donald!

Da tempo, circolano sui giornali di tutto il mondo diverse ipotesi su significato ed il portato della politica dei dazi applicato da Donald Trump. I dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti chi danneggia: i consumatori americani oppure i Paesi che questi dazi subiscono, ossia le imprese che esportano beni e servizi negli Stati Uniti? Si può fare un minimo di chiarezza?

La convinzione — che i dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti finiscano per danneggiare soprattutto i consumatori americani — ha un fondamento economico preciso. Ma occorre distinguere chi versa materialmente il dazio, chi ne sopporta il costo economico e chi perde di più nel complesso. Sono tre questioni diverse.

La risposta più corretta è questa: il dazio viene riscosso negli Stati Uniti sull’importazione, ma il suo costo può essere ripartito fra consumatori americani, imprese importatrici e produttori stranieri. Le proporzioni dipendono ovviamente dal mercato, dal tipo di prodotto, dalla possibilità di sostituire i fornitori e dalle reazioni dei Paesi colpiti.

Vediamo come funziona, senza fermarci agli slogan della politica americana o alle dichiarazioni dei governi europei.

1. Chi paga materialmente il dazio?

Immaginiamo un prodotto europeo che arriva negli Stati Uniti con un prezzo di 100 dollari e sul quale Washington impone un dazio del 25%.

Prezzo iniziale del prodotto

$ 100

Dazio versato alla dogana USA

+ $ 25

Costo all’importazione negli USA

$ 125

Esempio semplificato: il prezzo al dettaglio può essere ancora più alto, perché si aggiungono trasporto, distribuzione e margini commerciali.

Il punto decisivo è questo: il dazio viene pagato alla dogana americana dall’importatore statunitense, non direttamente dall’impresa europea che esporta. È la normativa doganale a stabilirlo. La questione economica è capire chi, alla fine, sopporta quel costo.

Esistono tre possibilità.

  • Il consumatore americano paga di più. L’importatore trasferisce il maggior costo sul prezzo di vendita.
  • L’impresa americana guadagna meno. L’importatore, il distributore o il negoziante assorbe una parte del dazio riducendo il proprio margine.
  • L’esportatore straniero incassa meno. Per non perdere il cliente americano, riduce il prezzo di vendita e si assume una parte del costo.

Nella realtà, le tre situazioni possono coesistere. Il risultato cambia anche nel tempo.

2. Che cosa ci dicono i dati più recenti?

Non dobbiamo affidarci soltanto alle dichiarazioni di Donald Trump o alle proteste dei governi europei. Esistono studi che hanno esaminato proprio i dazi americani introdotti nel 2025.

90% circa

Il costo iniziale ricade soprattutto negli Stati Uniti

Uno studio della Federal Reserve Bank di New York, pubblicato nel febbraio 2026, stima che nel periodo gennaio-agosto 2025 gli importatori statunitensi abbiano sopportato circa il 94% del costo misurato attraverso i prezzi all’importazione. Per settembre-ottobre la quota era del 92%; a novembre, dell’86%. Gli esportatori stranieri hanno quindi assorbito una quota relativamente ridotta, pur crescente.

94% trasferimento

I prezzi all’importazione aumentano quasi quanto i dazi

Una ricerca di Gita Gopinath e Brent Neiman, sintetizzata dal Becker Friedman Institute dell’Università di Chicago nel gennaio 2026, stima che nel 2025 il trasferimento dei dazi sui prezzi delle merci importate, comprensivi del dazio, sia stato vicino al 94%. Questo significa che gli esportatori non hanno generalmente ridotto abbastanza i loro prezzi per compensare il dazio.

26%

prezzi al consumo

Il rincaro arriva anche ai consumatori

Uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research e dalla Federal Reserve Bank di New York, aggiornato a settembre 2026, stima che circa il 26% dell’aumento dei dazi si sia trasferito sui prezzi al consumo rispetto ai prodotti meno esposti. L’effetto comprende sia il rincaro delle merci importate sia quello dei prodotti americani che utilizzano componenti importati.

Attenzione a un’apparente contraddizione: il 94% e il 26% non misurano la stessa cosa. Il primo dato riguarda il prezzo delle merci importate alla frontiera, comprensivo del dazio; il secondo riguarda il trasferimento dell’aumento tariffario ai prezzi pagati dai consumatori, rispetto a un gruppo di prodotti meno esposti. Nel mezzo ci sono i margini delle imprese, i costi di distribuzione, la sostituzione dei fornitori e i tempi necessari per aggiornare i listini.

Questi dati sostengono la sua intuizione: gli esportatori stranieri non hanno generalmente pagato il dazio riducendo in misura equivalente i propri prezzi. Ma non significa che ogni dollaro di dazio sia già finito nelle tasche di un consumatore americano sotto forma di prezzo più alto.

3. E le imprese europee che esportano negli Stati Uniti? Non sono danneggiate?

Certamente possono esserlo. Ma è importante distinguere due effetti.

Il primo è immediato: se il prodotto europeo diventa più caro negli Stati Uniti, alcuni clienti americani possono rinunciare ad acquistarlo oppure scegliere un concorrente americano o un fornitore di un Paese meno colpito dai dazi.

Il secondo riguarda la redditività dell’esportatore: per conservare il mercato americano, un’impresa italiana può essere costretta a ridurre i prezzi, accettando margini più bassi. Oppure può rinunciare a una parte delle vendite, ridurre la produzione e, nei casi più difficili, tagliare investimenti e occupazione.

Non tutte le imprese, però, reagiscono nello stesso modo.

Tipo di impresaPossibile effetto dei dazi
Produttore di un bene facilmente sostituibileRischia di perdere clienti e quote di mercato.
Produttore di un bene di lusso o molto distintivoPuò avere maggiore capacità di mantenere i prezzi, ma rischia comunque un calo delle vendite.
Impresa con margini ridottiPuò subire forti perdite se deve abbassare i prezzi.
Impresa che vende anche in altri mercatiPuò cercare nuovi clienti, sebbene la riconversione richieda tempo e denaro.

Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Finance Research Letters, basato sui dati commerciali da gennaio a luglio 2025, stima che gli esportatori stranieri abbiano assorbito circa il 10% dell’aumento dei dazi attraverso riduzioni dei prezzi, mentre il restante 90% è ricaduto sugli importatori e sui consumatori statunitensi. Gli esportatori dei Paesi a reddito medio-basso hanno assorbito una quota maggiore rispetto a quelli dei Paesi più ricchi.

La conclusione, dunque, è che le imprese europee possono subire danni commerciali anche quando non pagano direttamente la maggior parte del dazio. Perdere clienti, produzione e investimenti è un costo reale, che non compare necessariamente nella percentuale del dazio incassata dalla dogana.

4. Perché allora Trump sostiene che i dazi fanno pagare gli stranieri?

Perché esiste una teoria economica che, in determinate circostanze, gli dà parzialmente ragione.

Se un Paese è un compratore molto importante per un determinato prodotto e i suoi fornitori stranieri hanno poche alternative commerciali, può esercitare una pressione sui prezzi. Gli esportatori potrebbero allora accettare di ridurre i propri listini pur di non perdere un mercato così importante.

Ma questa possibilità non equivale a una regola generale.

La ricerca economica sulle tariffe americane del 2025 mostra che i prezzi all’importazione sono generalmente aumentati quasi quanto i dazi stessi: gli esportatori, nel complesso, non hanno concesso riduzioni sufficienti a neutralizzarli.

Inoltre, se gli Stati Uniti impongono dazi ai loro principali fornitori, possono danneggiare anche le imprese americane che dipendono da componenti, materie prime e macchinari importati.

Pensiamo a un produttore americano che acquista componenti europei per fabbricare automobili negli Stati Uniti. Se quei componenti diventano più costosi, aumenta anche il costo di produzione dell’automobile americana. Il dazio pensato per proteggere l’industria nazionale può così penalizzare un’altra parte della stessa industria.

La Federal Reserve Bank di New York ha rilevato proprio questo effetto indiretto: i dazi possono aumentare i prezzi dei prodotti fabbricati negli Stati Uniti, sia perché rincarano gli input importati, sia perché riducono la concorrenza delle merci straniere.

5. Chi ci rimette di più? Anche il reddito delle famiglie conta

C’è un altro aspetto importante, spesso trascurato nel dibattito politico.

Uno studio della Federal Reserve, aggiornato nell’agosto 2026, ha esaminato le spese delle famiglie americane in relazione ai dazi del 2025. I ricercatori hanno riscontrato un trasferimento sui prezzi al dettaglio e una riduzione della spesa per i beni interessati: la contrazione degli acquisti è stata circa tre volte maggiore dell’aumento dei prezzi. Le famiglie a basso reddito hanno sopportato un peso sproporzionato rispetto alle proprie risorse.

Questo è comprensibile: una famiglia benestante può rinviare l’acquisto di un bene costoso o assorbire un rincaro. Una famiglia con un bilancio limitato può invece essere costretta a rinunciare a un acquisto necessario, scegliere un prodotto di qualità inferiore oppure tagliare altre spese.

Il danno, quindi, non consiste soltanto nel pagare di più: comprende anche il minor numero di beni acquistati, la riduzione delle possibilità di scelta e la perdita di potere d’acquisto.

6. E i dazi sui servizi?

Qui occorre una precisazione. I dazi doganali tradizionali colpiscono soprattutto le merci, non i servizi in quanto tali. Un dazio su un’automobile italiana è cosa diversa da una restrizione all’acquisto di servizi informatici, finanziari o professionali europei.

I servizi possono comunque essere danneggiati indirettamente: per esempio, se diminuiscono le esportazioni di beni, può calare anche la domanda di trasporto, assicurazione, consulenza e assistenza collegata a quelle esportazioni. Inoltre, restrizioni specifiche ai servizi richiedono strumenti diversi dai normali dazi doganali.

7. Il bilancio finale: una distinzione fondamentale

Chi versa il dazio?

L’importatore statunitense, alla dogana americana.

Chi ne sopporta il costo economico?

Importatori, imprese americane, consumatori ed esportatori stranieri, in proporzioni variabili. Le evidenze sui dazi del 2025 indicano che il peso maggiore è ricaduto negli Stati Uniti.

Chi può perdere anche senza pagare il dazio?

Le imprese esportatrici straniere che perdono vendite, quote di mercato e opportunità di investimento.

La mia conclusione, sulla base delle evidenze disponibili, è che la sua ipotesi è sostanzialmente coerente con i risultati degli studi: i dazi americani non sono una tassa pagata automaticamente dai Paesi stranieri; una parte rilevante del loro costo ricade sulle imprese e sulle famiglie americane.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che l’Europa non abbia nulla da perdere. Le imprese esportatrici possono perdere clienti e margini, mentre eventuali contromisure europee possono danneggiare a loro volta gli esportatori americani. Il costo complessivo di una guerra commerciale può quindi ricadere su entrambe le economie, anche se non in misura uguale.

Il vero interrogativo economico è un altro: i vantaggi che i dazi eventualmente procurano ad alcune industrie americane, in termini di protezione dalla concorrenza straniera, sono sufficienti a compensare i rincari per le famiglie, i maggiori costi per le imprese e le distorsioni del commercio? Per rispondere occorre esaminare i risultati settore per settore, senza confondere il gettito doganale con un guadagno netto per l’intera economia.

10 ottobre 2026