Paolo Valentino ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale parla delle prospettive del mondo e scrive: ”prepariamoci a uno scontro tra poveri intorno a pochi euro. Con il Vecchio continente prigioniero dei cicli elettorali delle varie nazioni”.
Scrive Valentino: ”Non ci sarà alcun accordo al Consiglio europeo del prossimo 15 ottobre e quasi sicuramente la feroce «battaglia per gli spiccioli» già in corso si protrarrà a lungo nell’anno che verrà. A porre l’ostacolo maggiore è la Germania del cancelliere Merz, spalleggiata da altri cinque Paesi — Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia — cioè gli «usual suspects» della frugalità. In una lettera inviata a fine settembre, Merz e i suoi alleati chiedono che il bilancio «venga ridotto di diverse centinaia di miliardi di euro», altrimenti ne bloccheranno l’adozione. La posizione dei sei governi è molto simile al principio delle «nozze coi fichi secchi». Chiedono infatti di ridurre il livello generale della spesa, ma al contempo di finanziare meglio i settori della difesa e dell’innovazione, togliendo quindi risorse all’agricoltura e ai fondi di coesione”.
E prosegue, in Germania: ”C’è la preoccupazione di non cedere terreno ad Alternative für Deutschland, primo partito nei sondaggi, mentre la Cdu è data ormai sotto il 20%. Ma triangolandone di fatto le proposte — affamare la «bestia» europea — il cancelliere ha già perso la battaglia delle idee: la sua posizione attuale è quella di AfD senza AfD. In verità, il riflesso nazionalista sembra in questa fase permeare ogni postura di Berlino, che ora (per fortuna) ha cambiato idea perfino nei confronti della Cina, non più terra promessa del made in Germany ma concorrente aggressivo sul mercato tedesco, e chiede alla Commissione di restringere l’accesso alle sue merci nell’Ue. Bruxelles affamata, ma sempre invocata”.
E conclude: ”Prepariamoci a una guerra tra poveri, intorno a pochi spiccioli. Prigionieri dei cicli elettorali, che presto vedranno al voto la Spagna e l’anno prossimo Francia, Italia, Polonia, più alcuni dei maggiori Land tedeschi, i governi dell’Unione trasfigurano l’Europa in alibi e capro espiatorio, laboratorio di esorcismi con cui si illudono di scacciare lo spettro di un’estrema destra antieuropea, non ancora vittoriosa politicamente ma già dominante culturalmente”.
1. Il contesto globale e l’immobilismo europeo
Mentre attori globali come la Cina guidata da Xi Jinping si dimostrano capaci di anticipare i grandi cambiamenti mondiali e di adattarvisi, l’Unione Europea appare incapace di rispondere alle trasformazioni epocali dei nostri tempi (rivoluzione tecnologica, guerra ai confini, minacce ibride russe, disimpegno americano e tenuta del modello socio-economico). Anziché reagire con una strategia condivisa, i leader dell’UE si sono impantanati in una trattativa definita una “tragica farsa”.
2. Il nodo del bilancio pluriennale (2028–2034)
Il fulcro della discussione è il bilancio pluriennale dell’UE proposto dalla Commissione e definito da Ursula von der Leyen «il più ambizioso di sempre». Nella realtà, il bilancio (circa 2.000 miliardi di euro distribuiti su sette anni) equivale ad appena l’1,26% del PIL combinato dell’Unione: un ammontare irrisorio, considerato che la spesa pubblica media dei 27 Paesi ricopre circa il 50% del PIL e che l’UE (450 milioni di abitanti) spende proporzionalmente meno della sola Danimarca (6 milioni di abitanti).
3. I fronti contrapposti e la «scontro tra poveri»
In vista del Consiglio europeo si attesta una spaccatura insanabile destinata a protrarsi a lungo:
- Il fronte “frugale” (guidato dalla Germania di Merz): Composto da sei Paesi (Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia), chiede di ridurre il bilancio di diverse centinaia di miliardi di euro. Richiede maggiori fondi per difesa e innovazione, ma a scapito di agricoltura e coesione.
- Il fronte dei contrari: Un gruppo di 17 Paesi guidato da Italia e Spagna difende gli stanziamenti per agricoltura e fondi di coesione. La Francia si oppone ai tagli agricoli e propone l’emissione di nuovo debito comune e una tassa sulle Big Tech americane.
4. Le contraddizioni della Germania
La posizione tedesca appare paradossale: Berlino è il maggior beneficiario del mercato unico e investe centinaia di miliardi nel proprio riarmo su base nazionale (privilegiando aziende interne o F-35 USA e rifiutando gli eurobond). Quando si tratta del bilancio UE, adotta una logica puramente contabile e di chiusura. Questa postura è dettata dalla paura di cedere terreno elettorale ad Alternative für Deutschland (AfD), finendo però per inseguirne le idee sovraniste (“affamare Bruxelles”) pur continuando a chiederne l’aiuto nei confronti della concorrenza cinese.
5. La mancanza di visione e l’auspicio finale
Anziché condurre una “guerra tra poveri per pochi spiccioli”, l’Europa dovrebbe mirare a un bilancio più consistente e orientato al futuro (innovazione, ricerca, difesa comune come droni e satelliti, reti elettriche e materie prime critiche), riducendo le voci di spesa obsolete.
I governi europei, condizionati dai propri cicli elettorali nazionali, usano l’Europa come capro espiatorio per contenere l’estrema destra, che tuttavia domina ormai il dibattito culturale. Invece di cedere al disordine, i leader dovrebbero ispirarsi al modello dell’«architetto-artigiano» (sul modello del “rammendo urbano” di Renzo Piano): unire la capacità di rammendare con pazienza l’Europa senza perdere mai di vista la visione d’insieme del suo futuro.
8 ottobre 2026





