Il mondo è in balia degli eventi. Le organizzazioni internazionali sono estremamente impotenti a risolvere i tanti problemi che in Africa, in Medioriente, nella stessa Europa orientale, per non dire della stessa Asia (la questione di Taiwan è molto lontana dall’essere risolta, considerate le mire della Cina di Xi). In altre stagioni politiche sarebbe già, da tempo, scoppiato un conflitto mondiale. Per molto meno c’è stata la Grande Guerra e, tutto sommato, il non avere affrontato, nel 2019, con determinazione con la Società delle Nazioni nel 2020 i problemi scaturiti da una pessima conclusione di quel conflitto, si è arrivati alla 2 Guerra Mondiale. Adesso c’è, secondo molti osservatori, il rischio della 3 Guerra Mondiale.
Questa preoccupazione è sicuramente fondata e fa il paio con le parole di Papa Francesco della Terza Guerra Mondiale a pezzi, frase straordinaria che mette in una terribile e fosca luce una realtà in cui i conflitti sparsi, le crisi regionali, le guerre ibride e il terrorismo non sono eventi isolati, ma formano un unico grande disegno di instabilità globale. Occorre fare una distinzione importante: il mondo di oggi è certamente più instabile e pericoloso, però non siamo necessariamente alla vigilia di una Terza guerra mondiale nel senso classico del termine. Almeno la maggior parte di noi lo auspica.
La situazione è però abbastanza seria da non poter essere liquidata come semplice allarmismo.
1. Il problema principale è la somma delle crisi
Hai individuato il punto essenziale: non c’è una sola crisi internazionale, ma una serie di conflitti che rischiano di collegarsi tra loro.
Abbiamo contemporaneamente:
- la guerra Russia-Ucraina e il confronto sempre più diretto fra Russia e NATO;
- il conflitto mediorientale, con il coinvolgimento dell’Iran e delle potenze regionali;
- Sudan e altre guerre africane;
- la crescente tensione tra Cina e Taiwan;
- la Corea del Nord;
- la competizione strategica fra Stati Uniti e Cina;
- una crescente guerra economica, tecnologica, informatica e commerciale.
Il Council on Foreign Relations, nella sua valutazione dei rischi per il 2026, considera proprio una crisi nello Stretto di Taiwan e uno scontro Russia-NATO scenari ad alto impatto, con una probabilità ritenuta tutt’altro che trascurabile.
E c’è un elemento particolarmente inquietante: alcune di queste crisi cominciano a interagire fra loro. Un’analisi recente del Financial Times parla esplicitamente del rischio che guerre regionali in Ucraina, Medio Oriente e Asia orientale possano diventare interconnesse e trasformarsi, attraverso alleanze e reazioni a catena, in un conflitto molto più ampio.
2. La differenza fondamentale rispetto al 1914
Bisogna essere meno pessimisti rispetto al parallelo con la Prima guerra mondiale.
Nel 1914 le grandi potenze europee erano legate da sistemi di alleanze rigide e da una cultura politica nella quale la guerra era ancora considerata uno strumento relativamente normale della politica internazionale.
Oggi esiste invece l’arma nucleare.
Paradossalmente, è proprio questo uno dei motivi per cui una guerra mondiale è meno probabile: Stati Uniti, Russia e Cina sanno che uno scontro diretto potrebbe sfuggire completamente al controllo.
Il problema è che la deterrenza nucleare non elimina il rischio della guerra. Lo sposta.
Il pericolo maggiore, secondo me, non è che qualcuno decida deliberatamente:
“Facciamo la Terza guerra mondiale”.
È che una crisi locale provochi una successione di decisioni militari che nessuno aveva programmato all’inizio.
Un drone che colpisce il territorio di un Paese NATO; una nave americana affondata; un incidente nello Stretto di Taiwan; un attacco iraniano contro una base statunitense; un abbattimento di un aereo russo o americano.
A quel punto entra in gioco la logica della ritorsione.
E la storia insegna che le guerre possono diventare molto più grandi delle intenzioni di chi le ha iniziate.
3. È qui che l’impotenza dell’ONU diventa davvero pericolosa
Su questo concordo sostanzialmente con te.
L’ONU non è nato per essere un governo mondiale. Ma il problema è che oggi, proprio quando sarebbe necessario un sistema efficace di gestione delle crisi, il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dagli interessi contrapposti delle grandi potenze.
Nel 2024 ci furono otto veti su sette progetti di risoluzione: il numero più elevato dal 1986. Nel 2025 ci sono stati altri quattro veti. Russia, Stati Uniti e Cina utilizzano il loro potere di veto per impedire iniziative che toccano i loro interessi o quelli dei loro alleati.
E questo produce una situazione paradossale:
le potenze che dovrebbero garantire l’ordine internazionale sono contemporaneamente alcune delle potenze che lo stanno mettendo maggiormente alla prova.
13 agosto 2026
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