Massimo Gaggi ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui affronta il tema delle promesse trumpiane durante la campagna presidenziale, ovvero di portare la pace in un disastrato Medio Oriente e di far tacere le armi in Ucraina entro 24 ore dal suo insediamento alla Casa Bianca, ha commesso due errori madornali.
Scrive Gaggi: ”Da dealmaker non ha saputo valutare il vero temperamento dei suoi due principali interlocutori: ha dato per scontato di poter facilmente sottomettere ai suoi voleri l’«amico» Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, trattato come il governatore di una sorta di avamposto Usa in Medio Oriente. Le esperienze dei suoi predecessori democratici avrebbero dovuto insegnargli qualcosa: il Joe Biden che si era sentito rispondere da Putin «vedo che ci capiamo» quando gli aveva detto «ti guardo negli occhi e credo che tu non abbia un’anima». O i presidenti scavalcati dai leader e ministri israeliani che, a Washington, andavano direttamente a negoziare col Congresso”.
E prosegue: ”Da politico, poi, Trump non ha capito che il Putin e il Netanyahu che ha ritrovato nel suo secondo mandato sono profondamente diversi da quelli che aveva conosciuto in precedenza, in tempi relativamente più tranquilli, col leader russo che stava «digerendo» l’annessione della Crimea e quello israeliano non ancora incriminato. Diversi nel senso che già nel 2024 tutti e due non avevano più un vero interesse a perseguire la pace: Putin perché ha costruito il suo potere assoluto e anche il consenso popolare di cui gode in molti ambienti sulla narrativa della guerra con l’Ucraina come ultima possibilità di riscatto della Grande Madre Russia, sottraendo Mosca all’accerchiamento della Nato. E Netanyahu perché solo una situazione di continua emergenza poteva impedire alla Giustizia di fare il suo corso nei confronti di un premier che è anche capo della sicurezza e delle forze armate.”
1. La visione strumentale della pace
Per Donald Trump la pace non è un valore etico o un ideale astratto, bensì uno strumento politico ed economico: un “bene di consumo” da vendere all’elettorato per fare accordi commerciali e accrescere il proprio prestigio personale (come l’ambizione mai nascosta del Premio Nobel per la Pace). Se nel primo mandato lo schema degli Accordi di Abramo aveva funzionato, con il suo secondo mandato la strategia si è rivelata fallimentare.
2. I due errori strategici di Trump
Entrato nel secondo mandato con la promessa elettorale di chiudere rapidamente i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, Trump ha commesso due errori decisivi:
- Errore da dealmaker: Ha sottovalutato la natura dei suoi interlocutori, dando per scontato di poter piegare ai suoi voleri sia Vladimir Putin sia Benjamin Netanyahu (trattato quasi come un governatore locale di un avamposto statunitense).
- Errore politico: Non ha compreso che il contesto interno e le motivazioni di Putin e Netanyahu sono profondamente mutati rispetto al passato. Nel 2024 entrambi i leader non avevano più alcun reale interesse a cercare la pace.
3. Gli interessi personali e politici di Putin e Netanyahu
- Vladimir Putin: Ha fondato il proprio potere e il consenso interno sulla narrativa del conflitto contro l’Ucraina, presentandolo come riscatto nazionale contro la minaccia della NATO. Inoltre, con il passare dei mesi, l’economia russa si è talmente convertita in un’economia di guerra da rendere complicato un ritorno a un sistema civile.
- Benjamin Netanyahu: Mantiene lo stato di emergenza continua come scudo contro i processi giudiziari a suo carico (incriminato dal 2019 per corruzione, frode e abuso d’ufficio). La fine delle ostilità segnerebbe il crollo della sua fragile coalizione con l’estrema destra religiosa e l’inizio del conto da pagare davanti alla giustizia e all’opinione pubblica israeliana.
4. Le conseguenze del fallimento di Trump
In Ucraina: nel tentativo di spingere per una tregua svantaggiosa per Kyiv e umiliando Zelensky, Trump ha finito per rafforzare la posizione di Putin, che ha consolidato un’economia interamente bellica.
In Medio Oriente: convinto da Netanyahu a lanciare un attacco contro l’Iran per abbattere il regime degli ayatollah, Trump si trova ora intrappolato in un conflitto logorante. Nonostante i danni subiti, Teheran mantiene la sua capacità offensiva, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz e l’assottigliamento delle riserve militari statunitensi pesano politicamente soprattutto sulla Casa Bianca.
L’isolamento politico: Netanyahu ignora i tentativi di Trump di disimpegnarsi dal conflitto — necessari ai Repubblicani in vista delle elezioni di novembre — e punta ad allargare lo scontro con l’Iran, bocciando al contempo i piani americani per un ritiro da Gaza.
11 agosto 2026





