Paolo Valentino ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale parla dell’accordo sul nucleare tra Usa e Arabia Saudita che può aprire una pericolosa corsa all’atomica in Medio Oriente.
Scrive Valentino: ”In realtà, è la sostanza inedita dell’intesa a suscitare enormi preoccupazioni. Non è la prima volta che gli Stati Uniti firmano un protocollo per la cooperazione nucleare pacifica; lo hanno fatto con ben 123 Paesi. Per tutti, quello concluso dall’amministrazione Obama nel 2009 con gli Emirati Arabi Riuniti, che, come tutti gli altri Stati, dovettero rinunciare ad arricchire l’uranio sul loro territorio e accettare il cosiddetto «Protocollo aggiuntivo» del Trattato di non proliferazione (Ntp) che prevede un regime di ispezioni molto più severo e intrusivo. Queste due condizioni definiscono il cosiddetto «gold standard» degli accordi nucleari”.
E prosegue: ”Concedere benefici del genere al regime saudita, pur stabile da quasi un secolo e fedele alleato degli Usa, è in ogni caso una scommessa molto rischiosa. Non tanto perché Riad potrà dotarsi presto di un’arma atomica, visto che parte da zero e che ci vorrebbero anni prima di averla. Quanto perché altri Paesi, in possesso di capacità nucleari più avanzate, sarebbero sicuramente spinti a chiedere accordi con le stesse condizioni. All’America, o in caso di rifiuto a Cina e Russia che sarebbero ben felici di offrirli. «Il danno di questo accordo è il precedente che stabilisce. Chi fermerebbe Mosca dal farne uno dello stesso tipo?», si chiede Guy Samore, docente a Brandeis University, che fu uno dei consiglieri di Bill Clinton e Barack Obama sulla politica nucleare”.
Paolo Valentino sostiene che il progetto di accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita per lo sviluppo di un programma nucleare civile rappresenti un grave rischio per la sicurezza internazionale. Anche se l’intesa non è ancora definitiva, il solo fatto che sia stata proposta potrebbe incoraggiare altri Paesi a chiedere condizioni analoghe, alimentando una nuova corsa agli armamenti nucleari.
L’autore evidenzia che, a differenza dei precedenti accordi nucleari conclusi dagli Stati Uniti con altri Paesi, quello con Riad non imporrebbe i tradizionali vincoli di non proliferazione, come il divieto di arricchire l’uranio sul proprio territorio e l’obbligo di accettare rigorose ispezioni internazionali. Questa deroga agli standard consolidati costituirebbe un precedente molto pericoloso.
Valentino osserva che Donald Trump ha cercato di attenuare le critiche sostenendo che l’accordo sarebbe subordinato al riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita, ma ritiene che il problema principale resti il contenuto dell’intesa, giudicato troppo permissivo.
Secondo l’editoriale, il rischio maggiore non è che l’Arabia Saudita costruisca rapidamente un’arma nucleare, ma che altri Stati – in Medio Oriente e in altre aree del mondo – rivendichino lo stesso trattamento. Ciò potrebbe favorire una progressiva erosione del regime internazionale di non proliferazione e spingere anche Cina e Russia a offrire accordi analoghi ai propri partner.
L’autore ricorda che Paesi come Turchia, Egitto, Corea del Sud, Giappone, Polonia e persino la Germania stanno discutendo, con intensità diverse, del rafforzamento delle proprie capacità di deterrenza. In Medio Oriente, dove le tensioni sono già molto elevate, un simile precedente potrebbe risultare particolarmente destabilizzante.
Nella parte conclusiva Valentino attribuisce la responsabilità politica della situazione a Donald Trump, sostenendo che le sue scelte in Medio Oriente abbiano aumentato l’instabilità regionale e che l’offerta nucleare a Riad rappresenti un tentativo di compensare gli effetti di una politica estera giudicata avventata. La conclusione è che un accordo di questo tipo rischia di accelerare la diffusione delle capacità nucleari e di rendere il mondo ancora più insicuro.
28 luglio 2026





