Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che da tempo, in molte scuole, specie elementari, situate nelle regioni settentrionali del nostro Paese (ma è facile prevedere che il fenomeno sia destinato ad estendersi e comunque a coinvolgere gli istituti destinati ai cicli scolastici successivi), la maggioranza degli alunni, talora la quasi totalità, proviene ormai da famiglie di immigrati, spesso di religione islamica e fortemente osservanti. Ognuno capisce che tutto ciò pone alcuni problemi di enorme importanza per il nostro futuro.
Scrive Galli della Loggia: ”Nessuno dubita, immagino, che anche a scolaresche in larga o larghissima misura non di cultura italiana (talora anche non italofone, ma questo mi sembra un problema in fin dei conti secondario perché di fatto in breve superabile e in genere superato) nessuno dubita, dicevo, che nelle scuole della Repubblica italiana si debbano impartire gli insegnamenti previsti dal nostro ordinamento e i loro contenuti. Voglio credere che questo sia considerato un principio irrinunciabile. Non nascondiamoci però l’inevitabile conseguenza di una tale premessa”.
E prosegue: ”Dobbiamo raffigurarci la situazione: un’aula scolastica — molte aule scolastiche italiane — in cui un insegnante si trova ogni giorno davanti ad una platea al 70-80 per cento costituita, da ragazzi e ragazze, mettiamo di 11-12 anni e di radice islamica, a parlare di cose perlopiù estranee al loro universo culturale, alla loro esperienza quotidiana nell’ambito familiare o di gruppo. Cose non solo estranee ma probabilmente per più di un verso contrastanti con le idee e i valori dell’intero retroterra ambientale degli allievi. E quindi fonte assai spesso di un inevitabile seguito di tensioni e di polemiche anche aspre tra chi sta dietro la cattedra e gli allievi, pronte peraltro a divenire tensioni e polemiche altrettanto aspre, talora punteggiate da una forte aggressività, tra le loro famiglie e la scuola stessa, la sua stessa organizzazione: si pensi ad esempio ai problemi posti dalle regole alimentari o all’obbligo del digiuno durante il Ramadan”.
L’autore sostiene che la scuola sia oggi il luogo decisivo per il futuro dell’Italia, perché è lì che si gioca l’integrazione delle nuove generazioni di origine immigrata. Per questo ritiene che le scelte in materia scolastica non debbano essere affidate soltanto al governo o al ministro dell’Istruzione, ma debbano essere oggetto di un ampio dibattito parlamentare.
Secondo Galli della Loggia, in molte scuole italiane, soprattutto del Nord, gli alunni provenienti da famiglie immigrate rappresentano ormai la maggioranza. La scuola continua naturalmente a insegnare la lingua, la storia, la letteratura, la geografia e i valori costituzionali italiani, ma ciò significa chiedere a molti studenti di confrontarsi con un patrimonio culturale diverso da quello vissuto in famiglia.
L’autore osserva che questa situazione può generare tensioni tra scuola, studenti e famiglie, soprattutto quando emergono differenze legate alla religione, ai rapporti tra uomini e donne, alle regole alimentari o ad altre pratiche culturali. A suo giudizio, gli insegnanti sono spesso lasciati soli ad affrontare queste difficoltà, senza un indirizzo politico chiaro e condiviso.
La tesi centrale dell’articolo è che dalla capacità della scuola di integrare i giovani di origine immigrata dipenda il modello di società che avrà l’Italia nei prossimi decenni. Galli della Loggia auspica un Paese multietnico ma unito da una cultura civica e da valori comuni, piuttosto che una società frammentata in comunità culturalmente separate.
Per questo conclude chiedendo che il Parlamento definisca esplicitamente quale debba essere il ruolo della scuola nel processo di integrazione e quali obiettivi debba perseguire nei confronti dei futuri cittadini italiani di origine immigrata.
28 luglio 2026





