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Editoriali

Le divisioni nella destra Usa «Stop a una guerra sbagliata». Ma i falchi: «Non è finita»

Federico Rampini in un editoriale sul Corriere della Sera analizza la profonda spaccatura interna alla destra americana sulla gestione del conflitto con l’Iran e sulle trattative in corso guidate da Donald Trump.

Scrive Rampini: ”Tra i falchi della destra americana circola una dietrologia: il negoziato con l’Iran è una finta, serve a Donald Trump per far scendere il prezzo della benzina fino alle elezioni di midterm. Poi la guerra riprenderà, e finalmente andrà fino al rovesciamento del regime, unico obiettivo strategico degno di essere perseguito. Podcast vicini agli ambienti neo-con, come School of War, Iran Breakdown, What the Hell Is Going On, danno un’idea di quel che agita questo mondo. Anche per notabili repubblicani come Lindsey Graham, il Memorandum in 14 punti su cui Vance sta negoziando è inaccettabile, a meno che sia un sotterfugio. Si è riaffacciato Mike Pence, ex vicepresidente che ruppe con Trump dopo il 6 gennaio 2021: stavolta è tra i falchi”.

E prosegue: ”L’Iran ha subito i danni materiali più gravi. Eppure, nel bilancio strategico di Cass, esce più credibile di prima.Ha costretto Washington a cercare una via d’uscita diplomatica. Non è Teheran che supplica la pace: è l’america che deve negoziare perché non vuole continuare l’escalation. Dire «l’Iran non deve avere l’arma nucleare» non significa avere i mezzi per impedirlo. La politica estera non è una dichiarazione d’intenti. È un rapporto tra fini, mezzi e costi. Il memorandum con l’Iran sarà forse un cattivo accordo rispetto allo status quo precedente. Ma la vera umiliazione, per Cass, non è firmarlo. È aver combattuto una guerra che ha prodotto quella situazione. Chi oggi insulta i negoziatori somiglia a chi ha mandato l’auto fuori strada e poi se la prende con il carro attrezzi”.

E ancora: ”Dentro la destra americana si combatte una battaglia culturale: da una parte l’interventismo neocon, convinto che ogni sconfitta nasca da un difetto di volontà; dall’altra un realismo conservatore che misura la potenza dai risultati ottenuti. La conclusione di Cass: se l’america è condannata ad avere leader così imprudenti da iniziare guerre sbagliate, speriamo che siano abbastanza saggi da finirle”.

1. La posizione dei falchi (interventisti e Neo-con)

Per i falchi della destra e gli ambienti neo-conservatori (rappresentati da figure come Lindsey Graham, l’ex vicepresidente Mike Pence e podcast come School of War), il negoziato con l’Iran (il Memorandum in 14 punti) è considerato inaccettabile o, nella migliore delle ipotesi, un sotterfugio tattico.

  • La teoria del complotto: circola l’idea che Trump stia fingendo di negoziare solo per far scendere il prezzo della benzina in vista delle elezioni di midterm.
  • L’obiettivo finale: secondo questa fazione, dopo il voto la guerra riprenderà con l’unico vero obiettivo strategico ritenuto valido: il rovesciamento del regime di Teheran. Qualsiasi stop attuale viene visto solo come una pausa temporanea.

2. La posizione dei realisti (l’ala Maga e il Nazionalismo Economico)

Una parte importante del mondo MAGA, guidata da intellettuali come Oren Cass (ispiratore del protezionismo e del nazionalismo economico di Trump), sostiene invece la necessità di accettare la sconfitta e voltare pagina. Questa destra vuole un’America forte ma non imperiale.

L’analisi di Cass si articola su alcuni punti chiave:

  • Fallimento strategico: Cass distingue il successo tattico (la capacità militare della difesa USA di bombardare e infliggere gravi danni) dalla vittoria strategica. Gli obiettivi politici non sono stati raggiunti: il regime iraniano è sopravvissuto e ne esce paradossalmente rafforzato agli occhi del suo popolo, dimostrando di aver resistito alla pressione congiunta di USA e Israele.
  • L’errore dell’escalation: gli interventisti attribuiscono la mancanza di risultati alla “mancanza di determinazione”, chiedendo di colpire di più. Per Cass questa è la logica dell’escalation infinita. L’Iran ha reagito (chiudendo Hormuz e colpendo il Golfo) proprio perché Washington ha trasformato il conflitto in una minaccia esistenziale, senza che l’America avesse il consenso nazionale o la reale prontezza a pagarne i costi economici e umani.
  • Il valore del negoziato: la politica estera deve bilanciare fini, mezzi e costi. Il memorandum attuale sarà forse un cattivo accordo rispetto al passato, ma la vera umiliazione non è firmarlo, bensì aver scatenato una guerra che ha ridotto gli USA in questa situazione. Chi critica i negoziatori oggi viene paragonato a chi “ha mandato l’auto fuori strada e poi se la prende con il carro attrezzi”.

Conclusioni: il giudizio su Trump e lo scontro culturale

Il giudizio di questa ala realista su Trump è ambivalente: viene criticato per aver iniziato una guerra sbagliata, ma gli viene riconosciuto il coraggio politico di “tagliare le perdite” e fermarsi, una scelta ingrata che lo espone alle accuse di debolezza da parte dei falchi.

In definitiva, l’articolo mostra come la destra americana sia oggi il terreno di una vera e propria battaglia culturale: da un lato il vecchio interventismo neo-con, convinto che ogni insuccesso dipenda solo da un deficit di volontà; dall’altro un realismo conservatore che pretende di misurare la potenza geopolitica dai risultati concreti e non dalle dichiarazioni d’intenti.

30 giugno 2026