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Editoriali

Un’altra politica

Goffredo Buccini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui descrive la situazione confusa che sta vivendo l’Europa.

Scrive Buccini: ”Dopo una lunga cavalcata, iniziata a metà degli anni Dieci con la Brexit e il primo mandato di Donald Trump, sovranisti e populisti iniziano a inciampare nelle loro contraddizioni. Troppo disastrose le condizioni dell’Ungheria, ridotta alla miseria dal regime cleptocratico di Viktor Orbán, per non indurre una popolazione esausta a girare pagina. Troppo sfacciate le ingerenze russe in Romania, a favore di un fantoccio putiniano sovvenzionato in nero, per non generare un intervento della Corte costituzionale e, l’anno scorso, un ricompattamento vincente del fronte democratico.”

E continua: ”Le menzogne, che per un decennio hanno gonfiato così i cuori dell’elettorato, stanno alla fine mostrando le gambe corte, portando guerre, disordine e nuove povertà. E, tuttavia, in politica gli spazi vanno riempiti, possibilmente con idee e visione, altrimenti, caduto un Orbán se ne farà un altro. Sta già accadendo in un altro ex satellite sovietico membro della Ue e fresco di ingresso nell’eurozona: la Bulgaria, dove stravince il filorusso Rumen Radev, euroscettico e nemico degli aiuti a Kiev. E nell’ungheria appena affrancata dal regime orbaniano, il nuovo leader Péter Magyar non è affatto un liberale, militava nel partito dell’autocrate sconfitto: certo non è nemmeno un maggiordomo di Putin, ma andrà valutato alla prova dei fatti”.


Tesi centrale

Secondo Buccini, la lunga stagione del populismo sovranista sta entrando in crisi, non per la forza alternativa delle democrazie liberali, ma per i fallimenti e le contraddizioni interne degli stessi populisti. Tuttavia, il vuoto che si apre è pericoloso: se non viene riempito da una politica credibile, tornerà sotto altre forme.


Il declino dei populismi

L’autore individua segnali convergenti:

  • L’Ungheria di Viktor Orbán: impoverita e logorata da un sistema cleptocratico, ha spinto una popolazione esausta a voltare pagina.
  • La Romania: le interferenze russe hanno prodotto una reazione istituzionale e il ricompattamento democratico.
  • Gli Stati Uniti: il secondo mandato di Donald Trump è segnato da instabilità, scelte dilettantesche in politica estera e perdita di consenso, rendendolo un problema anche per i suoi alleati.

Il populismo, dopo aver prosperato su slogan e semplificazioni, mostra ora i suoi costi reali: guerre, disordine, nuove povertà.


Il rischio del “dopo”

Buccini avverte che la partita non è affatto chiusa:

  • In Bulgaria emerge il filorusso Rumen Radev.
  • In Ungheria il nuovo leader Péter Magyar non è un liberale, ma un ex uomo del sistema Orbán.
    Il populismo, caduto un leader, può rigenerarsi se mancano idee forti.

Instabilità globale e minaccia russa

L’“erraticità” di Trump ha contagiato l’ecosistema geopolitico. Vladimir Putin, in difficoltà sul fronte ucraino e interno, potrebbe tentare mosse destabilizzanti contro un’Europa percepita come nemica, contando su una Nato indebolita. Le minacce esplicite, persino nucleari, confermano un clima di pericolo reale, non solo retorico.


Il limite strutturale del populismo

Riprendendo Marc Lazar e Ilvo Diamanti, Buccini sottolinea che il populismo vive di:

  • dicotomie semplici (amico/nemico),
  • rifiuto della complessità,
  • culto dell’immediatezza.
    Quando va al potere, la realtà lo smentisce, spesso in modo disastroso.

Che fare: “un’altra politica”

Per resistere e recuperare terreno, le democrazie liberali devono:

  • garantire sicurezza integrata (ordine pubblico + sicurezza sociale),
  • salvare il welfare con pragmatismo,
  • governare l’immigrazione, non subirla,
  • restituire valore alla verità e al linguaggio, soprattutto per i giovani, corrosi dalla deriva digitale e social.

Trump, scrive Buccini, è anche il prodotto di questo degrado comunicativo.


Europa come risposta

Riprendendo un appello di Walter Veltroni, Buccini indica una direzione chiara:

  • rilanciare gli Stati Uniti d’Europa,
  • abolire il diritto di veto, che ha consentito a Orbán di ricattare l’Unione per anni.
    Sette europei su dieci lo chiedono: la politica deve tornare ad ascoltare.

Conclusione

Il populismo arretra, ma non è sconfitto. Senza una politica nuova, credibile e complessa quanto la realtà, le semplificazioni torneranno, forse più violente. L’alternativa esiste, ma richiede coraggio, visione europea e capacità di governo.

22 aprile 2026