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Esteri Primo Piano

Colonnello America

Domenico Quirico ha pubblicato un editoriale su La Stampa nel quale fa delle interessanti riflessioni sul modo in cui gli Stati Uniti raccontano e trasformano la guerra in spettacolo, mescolando realtà, propaganda e narrazione cinematografica.

Suggerisce Quirico: ”Trump si sganascia, borbotta giulivo le sue cavernose maledizioni: «Di quel tizio non restava granchè…». Urrah! Anche lui ha il suo trofeo in diretta: «Bello! Sembrava un film». Già, un film. Con i giornalisti aggiunge un particolare che fa titolo: «Quel Baghdadi gridava di paura, piangeva piangeva». Se lo è inventato, il tocco geniale del regista. Riconosciamo il Trump che sette anni dopo annuncerà «inferni» e «ritorni all’età della pietra» ai persiani. Domenica, il giorno di Pasqua 2026, di nuovo alla “situation room” per un “film”: il copione è scontato, bisogna salvare un pilota americano colpito nei cieli dell’Iran. Nella stanza è calata un’aria di angoscia, sembrano dimenticate le grandi giornate di una volta. Qualcuno tra le eccellenze pigiate e riverenti, anche se non la evoca per non risvegliare l’ira del Boss, ricorda certo un’altra operazione speciale in Iran: i superuomini della “delta force”, aerei ed elicotteri, un audace, disperato blitz su Teheran per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana nelle mani dei furibondi ragazzi di Khomeini. Un’agonia quotidiana che minava la credibilità dell’America, un altro viaggio nelle macerie morali e materiali del Vietnam. Tutto finì in un disastro di disorganizzazione ed errori, una umiliazione che costò la presidenza al mite Carter”.

Quirico parte da due episodi paralleli. Il primo è l’uccisione del leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019, seguita in diretta dalla Casa Bianca da Donald Trump. L’operazione, in realtà quasi priva di suspense perché il nemico era ormai isolato e indebolito, viene però raccontata come un grande evento epico, con Trump che ne enfatizza i dettagli (anche inventati) per costruirsi un momento di gloria simile a quello di Barack Obama con Bin Laden.

Il secondo episodio è ambientato nel 2026: una rischiosa missione per salvare un pilota americano abbattuto in Iran. Qui il tono è diverso: non c’è trionfalismo, ma tensione e paura, anche per il rischio di una figuraccia storica simile al fallito tentativo di liberare gli ostaggi americani nel 1979 sotto Jimmy Carter. Il salvataggio riesce e viene presentato come un “miracolo”, ma restano dubbi e zone d’ombra sulle perdite e su ciò che è davvero accaduto.

Il punto centrale dell’articolo è critico: per Quirico la guerra americana è costruita e comunicata come un film. La “situation room” diventa un set, le operazioni militari una sceneggiatura, i presidenti dei registi. Anche quando la realtà è confusa o scomoda, viene trasformata in racconto eroico e rassicurante.

Questa spettacolarizzazione non è solo propaganda, ma parte della strategia: serve a mantenere il consenso interno, a rafforzare l’idea di superiorità tecnologica e morale, e a semplificare il conflitto in una narrazione di “buoni contro cattivi”. Le vittime nemiche restano invisibili, senza volto, ridotte a comparse.

In sintesi, Quirico denuncia una guerra che non è solo combattuta sul campo, ma anche — e forse soprattutto — costruita come racconto mediatico: un film capace di far credere, anche quando la realtà sarebbe molto più ambigua e inquietante.

7 aprile 2026