di Antonello Catani
Il rapimento del Presidente venezuelano Maduro, dietro la patetica giustificazione della lotta ai cartelli della droga, ha tutte le caratteristiche di uno dei tanti film di Rambo. Militari in tenuta d’assalto, 150 aerei da combattimento, decine di elicotteri, una moltitudine di navi al largo. Hollywood in grande stile. Silvester Stallone, John Wayne e William Wyler non avrebbero fatto di meglio. L’incomparabile apparato militare, degno dell’invasione di un continente aveva in realtà un obiettivo più minuscolo: il rapimento di un individuo. Una montagna per acchiappare un topolino.
La sproporzione in questione e la disinvoltura del rapimento non sono tuttavia un fatto nuovo nella storia politica e militare degli Stati Uniti. Dall’invasione del Messico nel 1848, con l’annessione degli odierni Colorado, California, Utah, Wyoming, Nevada e Arizona, all’annessione del Texas, delle Hawaii, di Porto Rico, delle Filippine, di Guam e delle Samoa fino alla permanente occupazione di Okinawa, il modello si ripete con ragguardevole costanza. Ad esso si potrebbe aggiungere la forzata annessione del Dakota, in realtà abitato da tribù indiane. Il bullismo sembra fare ahimè parte integrante del DNA di questo Paese. La “Statua della libertà”, eretta nel 1886, con le sue promesse di democrazia e materna mitezza, fa da surreale contrasto al modello in questione.
La sproporzione di forze e di avversario ha comunque accompagnato tutte le imprese militari americane anche quando esse non si sono risolte in annessioni. Dal Vietnam alla Corea e all’Iraq, alla Libia e tanto per fare alcuni esempi, la disparità fra le loro risorse militari e quelle degli antagonisti era enorme. In Vietnam e Corea, tuttavia, essa non servì ad assicurare la vittoria agli Stati Uniti, che dovettero abbandonare i due Paesi con la coda fra le gambe e sacchi con centinaia di migliaia di morti, mentre in Iraq e Libia l’unico risultato fu la destabilizzazione permanente di tali regioni.
I tentativi di rapimento di vari capi di Stato dalla Somalia al Nicaragua, organizzati nel corso degli anni dalla CIA, mostrano come in realtà Donald Trump non abbia fatto che replicare un consolidato copione di una lunga serie di colpi di stato e di rovesciamenti di regime, l’ultimo dei quali avvenne in Ucraina. Poiché dal 2014 a oggi sono passati 12 anni, sembra quasi che i cultori di tali imprese soffrissero di astinenza e avessero bisogno di una scossa di adrenalina.
Ironie a parte, anche la partecipazione americana e la cosiddetta “vittoria“ nelle due guerre mondiali hanno un elemento in comune: in entrambi i casi, gli Stati Uniti entrarono in guerra quando gli avversari erano ormai stremati ed erano insomma in posizione di massima debolezza. Tutto suggerisce che non si tratta di coincidenze. Esiste una sorta di mito, abilmente alimentato da migliaia di produzioni cinematografiche, riguardo alla supremazia e invincibilità americane, che però ha i suoi lati deboli.
L’élite politica, economica e militare americana ha trascurato e sottovaluta l’ineluttabile emergere di altri protagonisti, che ormai rivendicano e possiedono formidabili mezzi di dissuasione, non solo atomica ma anche economica e industriale. Dalla Russia alla Cina e all’India, per non parlare del Brasile e del Messico, una crescente coalizione di forze e risorse fa ormai da ostacolo alle ostinate pretese di egemonia mondiale degli Stati Uniti. Dai suoi comportamenti o dalle dichiarazioni di inguaribili ma patetici falchi come il senatore repubblicano Lindsay Graham o del comandante delle forse americane in Europa, Generale Christopher Donahue, per esempio, sembra che l’élite in questione viva ancora in una sorta di miraggio, a tutti gli effetti, una nevrosi. Il senatore repubblicano invita infatti Trump a “schiacciare” la Russia e il generale assicura che la NATO può impadronirsi dell’enclave russa di Kaliningrad senza colpo ferire. In che mondo vivono costoro? La spavalderia e l’irresponsabilità dei suddetti personaggi non è comunque un’eccezione, perché nel giro di pochi mesi lo stesso Presidente americano ha minacciato di “annettere” il Canada, Panama e anche la Groenlandia, sempre invocando supposte ragioni di “sicurezza nazionale”. Questo termine è diventato ormai un ingrediente indispensabile sia dei film americani di spionaggio che della stessa Amministrazione di Washington. Insomma, qualsiasi studente dei primi anni di psicologia riconoscerebbe i sintomi di una megalomania normai consolidata e senza controllo.
Ritornando ora agli imitatori di Rambo a Caracas, il rapimento di Maduro, assieme alle dichiarazioni di Donald Trump secondo cui adesso saranno gli Stati Uniti a “gestire” il Venezuela fino al presunto ma incerto ristabilimento di un governo legittimo, apre scenari che gli strateghi di Washington non hanno verosimilmente previsto, così come a suo tempo non calcolarono le conseguenze del rovesciamento di regime a Kiev nel 2014, e cioè, il colossale fallimento della guerra per procura alla Russia. Sembra incredibile, ma il copione e gli architetti di simili furbizie dalle gambe corte sono sempre gli stessi.
A questo punto, sgombriamo pure il terreno dai giudizi morali di solito espressi riguardo al personaggio rapito. Che Maduro veramente fosse o sia stato un dittatore corrotto e contestato dalla maggioranza della popolazione, è un fatto del tutto irrilevante. Fra l’altro, supposto anche che ciò sia vero al 100%, in confronto all’alone di corruzione e alla montagna di morti inutili che circonda un commediante mitomane e psicopatico come Zelenski, Maduro appare un santo. In realtà, ciò che realmente conta è che non sono stati i suoi concittadini a rimuoverlo ma un agente esterno, senza provocazioni e titoli di alcun genere. Rambo ha insomma agito come un pirata, tipo quelli barbareschi che infestavano il Mediterraneo. Il problema è insomma la sfacciata, clamorosa prepotenza dell’episodio. I leader o pseudo leader che hanno applaudito la cattura del “dittatore,” sono ipocriti o sprovvisti di materia grigia o tutte e due le cose. Del resto, per tagliare la testa al toro, basterebbe ricordare che il Venezuela era nell’occhio del mirino della CIA da almeno 20 anni.
Qui è necessaria una breve cronistoria.
Sarebbe infatti ingenuo dimenticare che Maduro sedeva sui più grandi giacimenti petroliferi accertati al mondo (300 miliardi di barili) e, cosa essenziale, che il petrolio è stato per 50 anni il pomo della discordia fra i due stati. Ma già durante la seconda guerra mondiale le forniture di petrolio venezuelano erano state essenziali per le forze alleate. Nel 1976, il presidente Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera, tradizionalmente nelle mani dei tre colossi americani Exxon, Gulf e Mobil, affidandone invece la gestione alla Petroleos de Venezuela (PDVSA).
Nel 2007, a sua volta, ebbero luogo le espropriazioni dei beni delle suddette società americane. Come ritorsione, dal 2015 gli Stati Uniti iniziarono ad imporre al Venezuela pesantissime sanzioni che, assieme alla corruzione e alla cattiva gestione, hanno messo in ginocchio il Paese. Difficile stabilire quanti dei milioni di fuoriusciti emigrarono a causa delle sanzioni o a causa del regime di Chavez e poi di Maduro.
Insomma, “il petrolio” e non il commercio della droga, è da almeno 50 anni il vero oggetto delle tensioni fra Venezuela e Stati Uniti. Allo stesso modo, sotto molti aspetti, l’evento più importante della fine della seconda guerra mondiale non fu Yalta ma l’accordo con cui nel 1945 Roosevelt strappò a Ibn Saud concessioni per lo sfruttamento privilegiato del petrolio saudita.
Dietro la scusa infantile della lotta alla droga e dietro i vantaggi di poter ripristinare condizioni favorevoli per i grandi produttori americani di petrolio, esiste tuttavia un fantasma scomodo. Esso non è solo la rinnovata amicizia di Caracas con la Russia e con l’Iran ma soprattutto la crescente relazione con la Cina, che in questi anni ha fatto del Venezuela uno dei suoi maggiori fornitori e anche creditori (la stima è di oltre 100 miliardi di dollari di prestiti).
È qui che la pittoresca impresa d Rambo acquista implicazioni e possibili conseguenze di imprevedibile portata. Se, come ha annunciato Donald Trump, gli Stati Uniti gestiranno realmente il Venezuela, anche l’industria petrolifera ricadrà per definizione sotto tale giurisdizione. Ciò significherà anche decidere a chi possono andare le forniture e a che prezzi. In altre parole, crediti e forniture a favore della Cina sarebbero anch’essi alla discrezione di Washington. Data l’importanza per la Cina delle forniture petrolifere, la situazione potrebbe essere usata per ricattare quest’ultima. Visto che ormai essa è diventata la vera antagonista di Washington a tutti i livelli, l’ipotesi non è affatto fantasiosa. Era questo uno dei reali obiettivi di fondo di Rambo? Se così fosse, egli è stato più astuto di quanto non appaia ma è anche caduto nel tranello di sottovalutare l’avversario.
Mentre è ancora presto per capire fin dove si spingeranno gli Stati Uniti, è infatti chiaro che le vere sfide di simili prodezze non sono nei confronti degli attori di piccolo cabotaggio ma nei nuovi aspiranti protagonisti dell’ordine mondiale. La Cina, la Russia, l’India ne sono gli esponenti di spicco. La spavalderia di Rambo, oltre che provocare possibili resistenze interne di imprevedibile spessore – il Venezuela è grande e pieno di armi – inasprirà le diffidenze degli altri Stati del sud America nei confronti di Washington e li stimolerà a rinforzare i loro legami con la Russia e con la Cina. A loro volta, queste ultime hanno ora un motivo di più per rafforzare la loro de facto alleanza e quella con Stati come Iran e Corea del nord. Ma anche gli Stati arabi produttori di petrolio non potranno prendere alla leggera l’evidente fame petrolifera di un Rambo in pseudo-missione anti-droga.
C’è da credere che il film n questione sia appena iniziato, ma molti elementi suggeriscono che per gli Stati Uniti si prepara un altro fallimento strategico ma anche che in al modo sono aumentati i rischi di conflitti allargati.
4 gennaio 2026





