Il nostro governo sussurra agli evasori. Lo ha fatto la premier Meloni quando ha parlato in un comizio in Sicilia di pizzo di Stato. Il ministro dei trasporti Salvini, da par suo, anzichè occuparsi delle infrastrutture del nostro Paese che sono in grande difficoltà, spinge sulla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina che, a nostro avviso, interessa marginalmente gli italiani e parla ripetutamente di ”pace fiscale” ben sapendo che milioni di persone evadono i propri obblighi fiscali, lasciando l’onere ai lavoratori dipendenti ed i pensionati. Questi comportamenti contribuiscono ad alimentarne il fenomeno. Da più parti si calcola che 100 miliardi di euro l’anno siano le imposte e tasse che dovrebbe pagare non lo fa e le posizioni di chi ha parlato (Giorgia Meloni) di ”pizzo di Stato” non ha definito le tasse un furto da parte dello Stato, ma quasi, definendo il prelievo forzoso sui piccoli commercianti, quando lo Stato “va a caccia di gettito”, appunto come “pizzo di Stato”, sottolineando che la lotta all’evasione fiscale si concentra sui grandi evasori (big company, banche) e non sui piccoli imprenditori. Le critiche hanno paragonato questa visione a un’idea neoliberista di tassazione come esproprio e hanno sollevato dubbi sulla coerenza con la solidarietà fiscale, specie in relazione al dovere di contribuire al funzionamento dello Stato (sanità, istruzione, sicurezza, giustizia, infrastrutture, welfare, ecc). Che cosa se ne può dedurre?
Questo è un nodo cruciale: la posizione ambigua del governo Meloni sull’evasione fiscale, in particolare quella “di prossimità”, cioè quella di piccoli imprenditori, commercianti, artigiani.
Cosa sta accadendo?
– Retorica del “pizzo di Stato”: Meloni ha usato (in passato, e in parte ancora oggi) un linguaggio che tende a giustificare la rabbia fiscale di alcune categorie, esasperate da burocrazia e pressione tributaria. Ma così facendo normalizza l’evasione.
– Approccio ideologico: si alimenta una visione anti-Stato, dove il fisco non è strumento di equità, ma di oppressione. Una narrazione pericolosa, che mina la solidarietà fiscale.
– Focus solo sui grandi evasori: giusto colpire le big company che eludono, ma ignorare il sommerso di milioni di piccole partite IVA significa perdere decine di miliardi ogni anno. E non è socialmente giusto.
Le conseguenze:
– Lo Stato rinuncia a risorse per la sanità, per la scuola e per la sicurezza.
– I cittadini onesti pagano anche per chi evade.
– I partner europei (soprattutto del Nord) ci accusano di irresponsabilità, e hanno ragione.
Conclusione
L’evasione non è una colpa da “comprendere”, è un furto collettivo. Lo Stato va certamente riformato e reso più equo, ma senza tasse non c’è civiltà. Un governo serio dovrebbe dirlo chiaramente, senza ammiccare a chi evade. Il rispetto delle regole fiscali è il primo passo per un’Italia più giusta e credibile.
10 dicembre 2025





