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Esteri

Incognite e speranze

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo sul tanto discusso (per la quasi totalità dei politici molto probabilmente anche sconosciuto) Piano Blair – Trump per Gaza.

Rampini analizza i venti punti del Piano Trump per la risoluzione della crisi di Gaza, bilanciando l’ottimismo espresso da Benjamin Netanyahu (fiducioso nel ritorno degli ostaggi sopravvissuti) con le numerose incognite che ne minacciano l’attuazione.

1. Le riserve di Hamas e la questione del governo di Gaza

Lo scambio di ostaggi e prigionieri è solo un aspetto, seppur cruciale, del piano. Le principali criticità riguardano Hamas:

  • La proposta americana prevede la cessazione dell’offensiva israeliana in cambio del disarmo di Hamas, con immunità e amnistia per i suoi membri. L’adesione di Hamas a questa resa ed esilio non è affatto chiara.
  • Il piano prevede che Gaza sia governata da una struttura transitoria (tecnocrati indipendenti e Autorità Palestinese “riformata”), con la supervisione di una coalizione di Stati arabi e garantita da Trump e Tony Blair. Non c’è spazio per Hamas in questa struttura, una precondizione che i suoi capi sembrano non accettare, alludendo invece a un proprio ruolo.

2. Il ruolo cruciale del Qatar e il consenso arabo

Un punto di svolta recente è identificato nel raid israeliano fallito su Doha contro i leader politici di Hamas. Questo attacco è stato un “disastro diplomatico” che ha umiliato il Qatar, un attore chiave e controverso che ospita sia i capi di Hamas (per volontà passata di Obama e Netanyahu) sia la più grande base militare americana in Medio Oriente.

  • Per ricucire lo strappo e ottenere il consenso arabo, Trump ha imposto a Netanyahu di porgere scuse formali all’emiro del Qatar.
  • Il vasto consenso per il piano ora include non solo gli alleati storici (Arabia Saudita, Egitto, Giordania) ma anche il Qatar e la Turchia, quest’ultima tradizionalmente vicina a forze fondamentaliste. Questo è un punto di forza, ma l’impegno di questi paesi nel governo e nella polizia di Gaza è rischioso per la sensibilità delle loro opinioni pubbliche.

3. Le altre incognite: Iran, autorità Palestinese e Israele

L’elenco dei nodi irrisolti è lungo:

  • Iran: dopo gli attacchi subiti in Libano e Siria, e l’indebolimento del regime sciita, non è chiaro come cercherà di mantenere la sua influenza. Si spera che possa convincere i capi di Hamas a ritirarsi, replicando l’esilio di Arafat del 1982.
  • Autorità Palestinese (ANP): per essere legittimata a partecipare al governo di Gaza, l’ANP deve cessare di remunerare i terroristi e le loro famiglie e smettere di insegnare l’odio per Israele e l’antisemitismo nelle sue scuole. Sono concessioni tutt’altro che scontate.
  • Israele: la forza di Trump risiede nel suo storico rapporto con Netanyahu. Inoltre, il principe saudita Mohammed bin Salman mette sul tavolo la possibilità di finalizzare gli Accordi di Abramo (normalizzazione con Israele). Tuttavia, Netanyahu deve fare i conti con forze estremiste all’interno della sua coalizione che mirano a una Gaza sotto il loro controllo, creando un forte ostacolo interno.

L’articolo conclude che, nonostante le tante “mine sul terreno” che possono far saltare il Piano Trump, è comunque un passo avanti che si discuta di una soluzione diplomatica, anziché solo di guerra, morte e sofferenza.

5 ottobre 2025