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Editoriali

Palestina, la tragedia di due popoli

di Claudio Bo

Comunque vada, sarà sempre troppo tardi per i popoli che abitano quella striscia di terra che le religioni monoteiste definiscono “Santa” o “Sacra”. L’orrore della guerra, della morte e della fame si è scatenato nella sua versione più agghiacciante. Stiamo assistendo ad una tragedia inenarrabile eppure non inaspettata. Forse l’epilogo di uno scontro fra due popoli sfociato già in due guerre “arabe”, nella guerra dei sei giorni, nell’intifada perenne, negli attentati, nel lancio di missili sulle città, nella colonizzazione della Cisgiordania, nella repressione, e in atti terroristici paurosi culminati in quello del 7 ottobre. Ho volutamente mescolato i misfatti di ambo le parti.

Oggi però assistiamo a quello che noi cristiani definiremmo l’Armageddon, la furia di un esercito potente per snidare i terroristi di Hamas passando sopra ad un intero popolo, spianando un Paese, massacrando civili o riducendoli alla fame.

Mi auguro che l’orrore si fermi prima dell’ultima vittima, ma quello che è avvenuto non si potrà cancellare con un accordo internazionale,neppure con l’improbabile creazione di due Stati, neppure restituendo ai palestinesi una terra e l’autodeterminazione che di fatto non hanno mai avuto.

Scrivo questo mentre, pur continuando le trattative, nel mondo si sta scatenando una forma nuova di antisemitismo che, in fondo, ritrova mai sopite radici, ma che si ammanta della legittima indignazione per la tragedia palestinese.

Eppure dobbiamo stare in guardia contro chi attacca gli ebrei in quanto tali, un popolo, una storia e una cultura. Contro ogni censura culturale come già sta avvenendo per la Russia.

Le scelte del Governo israeliano sono ormai condivise da una minoranza della popolazione. Basti pensare oltre 2,5 milioni gli israeliani scesi in piazza in tutto il Paese per dire no al piano di Benjamin Netanyahu sull’occupazione di Gaza, per chiedere la fine della guerra a Gaza e la liberazione degli ostaggi. Si tratta di un quarto dell’intera popolazione, attivamente impegnato per la pace. Come se in Italia scendessero in piazza contemporaneamente 15 milioni di persone.

Da più di 70 anni ebrei e palestinesi sono accomunati da un medesimo destino di angoscia. Condividono una terra, che è storicamente Patria per entrambi, che fu “promessa” da Dio per i primi e condivisa con decine di diversi invasori, nel corso di numerosi secoli, per i secondi. Sono due popoli che vivono armati: a parte i più anziani, nessun ebreo e nessun palestinese ha avuto modo di conoscere, sin dalla nascita, una realtà diversa dalla guerra, dall’agguato, dalla lotta per garantirsi la terra su cui vive. Eppure entrambi, ogni giorno, pronunciano un saluto che è, in qualche modo, escatologico: pace, salam e shalom. Da almeno mezzo secolo questa parola risuona anche nei negoziati internazionali nella speranza di trovare un accordo che consenta a questi due popoli di convivere.

Personalmente ritengo che non esista ormai un futuro di vera pace in quella terra.

La portata della reazione al barbaro attacco terroristico del 7 ottobre è inusitata, resterà come un’ombra per entrambi i contendenti, come il massacro di Sabra e Shatila del 1982 (eccidio, compiuto dalle  Falangi Libanesi, alleate di Israele, e dall’ Esercito del Libano del Sud ), oppure l’aggressione di vari Paesi arabi ad Israele del 1967, culminata nella guerra dei 6 giorni quando, poi, Israele conquistò la Cisgiordania e l’intero Sinai, poi ceduti.

L’atto finale sarà la conquista di Gaza City circondata dai tanks israeliani e la distruzione di Hamas? La pace della “Stella di Davide” con la creazione di un territorio palestinese “autogovernato” come una riserva indiana? Del resto Hamas non potrà scomparire ed esisterà sempre la sua minaccia terroristica, mentre il

“Popolo eletto” non sarà mai al sicuro, perché su di lui incombe il disegno che accomuna tutte le sigle palestinesi: la distruzione dello Stato e del popolo di Israele.

Quello che sta facendo oggi Netanyahu dalla parte opposta.

Inevitabilmente l’odio dilaga: ho assistito ad una manifestazione di solidarietà per Gaza. Ad un certo punto un giovane palestinese ha iniziato a scandire slogan in arabo invitando la folla a ripeterli (magari senza neppure conoscerne il significato).

Io non conosco che alcune parole di arabo, per cui le frasi mi erano oscure, ma una abbinava il termine Jihad a Israel: portare la guerra santa contro Israele.

Come dicevo, temo che ormai sia tardi. Negli anni scorsi pensavo che la “questione palestinese” potesse venire inserita in un più generale confronto culturale fra Ebrei e Arabi in quanto popoli di Dio (o del Libro) nel rispetto reciproco dovuto agli uomini di fede. Entrambi hanno purtroppo trovato nei loro testi sacri l’incitamento alla guerra nel nome dell’Eterno, ma vi possono anche trovare la Parola della pace, il rispetto per lo straniero, per il diverso, le regole della convivenza.

È un errore pensare che i conflitti siano sempre o soltanto figli degli interessi economici. Da anni in Palestina i contendenti si trovano di fronte a scelte ineluttabili insite nella loro stessa cultura, nelle loro stesse convinzioni religiose. E proprio da queste avremmo dovuto ripartire per trovare il bandolo della matassa.

24 agosto 2025