Il Foglio, quotidiano diretto da Claudio Cerasa, ha pubblicato l’articolo “Dentro le mura della Russia”, di Mauro Martini, tratto dal suo libro del 1987 “Le mura del Cremlino”. L’autore analizza la profonda dicotomia tra San Pietroburgo e Mosca, due città che rappresentano anime contrapposte della Russia, e come questa dualità abbia prefigurato l’autocrazia russa, inclusa quella di Putin. San Pietroburgo appare come il simbolo della volontà occidentale degli zar, mentre Mosca, si pone quale culla spirituale dell’autocrazia russa da Ivan il “Minaccioso” a Stalin. Il libro di un giovane studioso spiegava già quarant’anni fa il futuro putiniano
San Pietroburgo: la finestra sull’Occidente
San Pietroburgo, fondata da Pietro il Grande, è vista come il simbolo della volontà occidentalista degli zar. La città, costruita per guardare all’Europa, è stata per quasi due secoli il centro politico dell’impero e un terreno fertile per l’intellighenzia russa del XIX secolo. Martini la descrive attraverso le opere di autori come Dostoevskij e Gogol’, che la dipingevano come un luogo alienante, un “inferno di morti viventi” dove il tempo sembra sospeso. L’essere culturalmente “estranea” alla Russia autentica le ha permesso di diventare un osservatorio privilegiato, spingendo i suoi intellettuali a interrogarsi con più coerenza sul destino del loro paese.
Mosca: La culla dell’autocrazia russa
Mosca, con il suo Cremlino, è il cuore spirituale e politico della Russia fin dalla sua fondazione. La città simboleggia l’anima più profonda e tradizionale del paese, legata all’autocrazia e all’imperialismo eurasiatico. L’articolo ripercorre la storia del Cremlino, da semplice palizzata in legno a cittadella fortificata, e ne sottolinea il ruolo centrale nella politica e nella vita spirituale russa.
Il ritorno della capitale a Mosca nel 1918 da parte dei bolscevichi, sebbene motivato dalla volontà di rompere con il passato zarista e dal nuovo internazionalismo di classe, ha finito per rafforzare il potere simbolico del Cremlino e la tradizione imperiale.
L’eredità di Ivan il Terribile
L’autore si sofferma in particolare sulla figura di Ivan IV, detto “il Terribile”, che a partire dal XVI secolo ha plasmato in modo indelebile l’identità russa. Ivan, rafforzando il potere di Mosca e conquistando i principati tatari, ha dato alla Russia il suo carattere di impero eurasiatico. Martini associa a questo zar il concetto di groznyj (minaccioso), che non indica solo crudeltà, ma un attributo essenziale del regno autocratico, dove l’eresia politica o religiosa è considerata una colpa più grave dei massacri. Questa idea, secondo l’autore, ha trovato un’eco nell’ideologia marxista-leninista e nel sistema sovietico, e rimane un elemento fondante dell’autocrazia russa.
Il ruolo della Piazza Rossa
L’articolo sottolinea anche l’importanza della Piazza Rossa, definita un “indissolubile binomio” con il Cremlino. Voluta da Ivan il Terribile come strumento per comunicare con il popolo e rafforzare il proprio potere, la piazza è diventata il palcoscenico per le parate e le cerimonie del potere sovietico, mantenendo la sua funzione epifanica e rituale. Anche la cattedrale di San Basilio, voluta da Ivan il Terribile, rappresenta la vocazione eurasiatica del paese con la sua architettura che fonde elementi ortodossi e orientali.
Conclusioni
In sintesi, l’articolo di Mauro Martini, scritto quarant’anni fa, mostra come la Russia sia da sempre scissa tra l’anima occidentale di San Pietroburgo e quella eurasiatica e autocratica di Mosca. La scelta di riportare la capitale a Mosca ha riattivato e rafforzato i simboli di un potere che affonda le sue radici nella figura di Ivan il Terribile, con la sua dottrina della minaccia (groza) e dell’autocrazia. Questa eredità storica e simbolica, secondo Martini, continua a influenzare il modo in cui il potere viene esercitato in Russia, prefigurando il tipo di regime che si sarebbe affermato sotto la guida di un leader come Putin.
8 agosto 2025




