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L’articolo di Alberto Melloni sul Corriere della Sera, intitolato “Il credo, sostanza nella fede”, analizza l’eredità del Concilio di Nicea del 325 d.C. e in particolare del Simbolo di fede (il “Credo” niceno), sottolineandone l’importanza duratura come punto di riferimento per il cristianesimo, pur tra i rischi e le promesse degli anniversari.
Melloni osserva come gli anniversari, se da un lato celebrano il passato, dall’altro possono offuscare la complessità storica. Il XVII centenario del Concilio di Nicea non sfugge a questi rischi. Il Credo di Nicea, sebbene abbia avuto diverse forme antecedenti, si distingue per la sua pretesa di esprimere la “fede-una” in un breve “poema”, che sarà poi ampliato nel Concilio di Costantinopoli I (381) e canonizzato a Calcedonia (451). È un elemento comune alle grandi Chiese d’Oriente e d’Occidente, sebbene l’aggiunta del “Filioque” (in età visigotica) sia rimasta un punto di divisione.
L’autore evidenzia la sorprendente capacità del Simbolo di resistere e diffondersi nel tempo, acquisendo un’autorevolezza tale da assorbire ritocchi e estensioni. La “fede di Nicea” non si esaurisce nella sua formula, ma lì si esprime, rimanendo nel tempo non per una decisione iniziale, ma per un percorso storico singolare. Il Simbolo, pur non essendo nato per la liturgia, vi è stato ricollocato e ha trovato posto nel diritto canonico. Perfino Lutero lo considerava una “sintesi della Scrittura”. Ha influenzato la dottrina, persino la teologia politica del Novecento, come intuito da Erik Peterson, che vide nella logica trinitaria un impedimento a una concezione discendente e pericolosa del potere.
Un aspetto cruciale sottolineato da Melloni è la traducibilità e la migrazione del Simbolo. Fin da subito, il Credo è stato tradotto in diverse lingue e culture, dimostrando la capacità delle Chiese di esprimere la “fede-una” e di rendere i cristiani riconoscibili tra loro, senza richiedere l’abbraccio della sua matrice filosofica greca.
L’articolo conclude identificando tre problemi cruciali per gli studi futuri e per le Chiese contemporanee:
- Relazione tra ebraismo e cristianesimo: Il Simbolo di Nicea, pur non ambendo a questo, registra uno iato tra l’attesa di Israele e la fede della Chiesa, rendendo il dialogo con l’ebraismo dipendente da nodi teologici fondamentali.
Contenuto ambiguo e consenso effettivo: Il Credo esiste e resiste non per la sua chiarezza formulare, ma per un consenso ambivalente ma efficace tra le Chiese, che ha permesso la sua ricezione e durata storica, nonostante non spieghi in dettaglio concetti come la “consustanzialità”.
Rapporto “storia e dogma”: Il Simbolo è il frutto di un processo di reciproca immanenza tra la storia e la dogmatica, un aspetto che la ricerca futura deve continuare ad esaminare.
Infine, Melloni sottolinea come il Credo, nel suo lungo percorso, sia diventato parte del desiderio cristiano di unità. L’anniversario pone alle Chiese di oggi una domanda fondamentale: basta la fede comune per camminare in un’unità, anche se imperfetta? O c’è qualcosa che va oltre la fede comune che decide della possibilità di celebrare l’eucaristia insieme? La risposta a questa domanda, suggerisce l’autore, è cruciale in un mondo dilaniato dalla catastrofe e dalla divisione dei cristiani.
16 luglio 2025








