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Racconti

Stalingrado. 2

di Agostino Roncallo

Lo stesso giorno in cui Stalin era a colloquio coi suoi generali, Luigi Paleari si trovava a Voroscilovgrad. Era il 7 Settembre 1942. Il tempo era bello, la notte un po’ fredda e lui, lui avrebbe desiderato passare una bella serata, in compagnia, con gli amici. Poi però, all’improvviso, arrivò un ordine, un ordine di partenza. Per dove, non si sapeva. Come conducente del 250esimo autoreparto pesante si mise alla testa di un convoglio che doveva consegnare un carico di munizioni ai tedeschi. Ci si domandava: ma qual è la nostra destinazione? Io non so, tu lo sai? Nessuno dei militari, proprio nessuno, conosceva la risposta. Poi, superata Millerovo, i mezzi erano rimasti senza benzina e l’intera colonna dovette fermarsi, pernottare, lontano dai centri abitati. Il rischio era di venire avvistati dal nemico, di essere attaccati dai partigiani. Fu una notte inquieta, e malinconica. Aerei russi passarono sulle loro teste ma non accadde nulla, forse erano di ritorno da una missione o, forse, avevano esaurito le munizioni. Chissà. I soldati fecero un respiro di sollievo. Per loro fortuna, alle 9 del mattino i rifornimenti finalmente arrivarono, si poteva ripartire: direzione Kalac, sul Don. L’autoreparto non si era mai spinto così in avanti, verso est, verso la terra di nessuno.

Luigi ripensava al giorno del suo arrivo in Russia, due mesi prima. Aveva visto pianure immense, in cui l’occhio si perdeva, qualche pezzo di terreno coltivato a segale e  le case, case con pareti di fango e tetto di paglia. Quella sera, dopo aver accompagnato gli ufficiali in città con la sua Fiat 1100, era andato a teatro per vedere una compagnia italiana e ascoltare musica. La musica di casa. Quanta nostalgia suscitavano quelle note! Percorrevano leggere le strade che portano alla periferia del cuore e, da lì, lo accarezzavano, con parole dolci.

La prima grande città che aveva visto era stata Dniepropetrovsk. Era una metropoli dai grandi edifici, enormi complessi tutti uguali e poveri dal punto di vista architettonico. Interamente bombardati. Ne rimanevano scheletri, spettrali facciate costellate da finestre o, meglio dire, da buchi neri che trasmettevano un senso di inquietudine. La voce risuonava cavernosa al loro interno: c’è qualcuno, c’è qualcuno qui dentro? Veniva da pensare che quei casermoni non dovessero essere molto diversi prima dei bombardamenti. Quelle cattedrali, nel deserto dei sentimenti, erano naturalmente disabitate, la lugubre opera d’arte di un qualche scultore surrealista. Possibile, si chiedeva Luigi, che qualcuno avesse davvero vissuto là dentro?

“Era una metropoli dai grandi edifici, enormi complessi tutti uguali e poveri dal punto di vista architettonico. Interamente bombardati. Ne rimanevano scheletri, spettrali facciate costellate da finestre o, meglio dire, da buchi neri che trasmettevano un senso di inquietudine.”

“In un attimo tutti erano pronti per lo scatto e Luigi, mani sui fianchi, era più in alto di tutti. Quel T34, così era denominato quel tipo di carro, era una loro conquista.”

A Kalac c’era un ponte. Lo passarono. Solo a quel punto la destinazione diventò, finalmente, chiara: Stalingrado!  Quel ponte era l’ultimo. Lì, finiva il mondo. Il mondo era quella porzione di territorio che tedeschi, italiani, rumeni e ungheresi avevano conquistato, e trasformato: nel mondo c’erano magazzini, la sussistenza, case di tolleranza e nuove strade ferrate con binari, a scartamento ridotto. E il confine era il fiume, il Don. Oltre si apriva una landa, vasta, disabitata, al fondo della quale c’era il Volga, e Stalingrado, la città di Stalin, la città simbolo assediata, dalle truppe tedesche. In mezzo, nella terra tra i due fiumi, l’ignoto aveva le forme di un territorio che nessun esercito controllava veramente. Si sarebbe potuto incontrare chiunque. Chi è laggiù, che si avvicina? Amici, o nemici? Bisognava stare in guardia, sempre.

All’alba la colonna passò quel ponte e avanzò, verso mezzogiorno fece una sosta. Allora i soldati scesero dai camion per sgranchirsi le gambe, e fare qualche fotografia: c’erano molti carri armati in quel luogo, carcasse vuote, bruciate, un vero e proprio cimitero. Saliamo ragazzi, saliamo su quello! In un attimo tutti erano pronti per lo scatto e Luigi, mani sui fianchi, era più in alto di tutti. Quel T34, così era denominato quel tipo di carro, era una loro conquista.

Quando Luigi tornò verso la macchina, una gomma era a terra e, subito, si mise al lavoro per sostituirla. Ci riuscì in breve tempo. I militari avrebbero voluto sostare un po’ a Kalac, quel villaggio aveva il sapore dei posti di frontiera, lontani baluardi di un mondo che solo la fantasia avrebbe saputo immaginare. Ma i tedeschi avevano necessità di munizioni e allora, allora si doveva proseguire, alla ricerca del luogo della consegna. A un certo punto si mise a piovere, era il 14 Settembre. Le piogge autunnali, in Russia, sono violente: le strade si trasformano in fiumi di fango, le ruote degli automezzi iniziano a slittare e gli autisti premono, disperati, sul’acceleratore. Le braccia che, con sforzo sovrumano, cercavano di far uscire i mezzi da quel pantano, erano inutili. Forse neppure un argano sarebbe stato sufficiente.

Sul far della sera, mentre il cielo non prometteva nulla di buono, Luigi raggiungeva con la sua auto il luogo stabilito. La macchina precedeva il grosso della colonna di qualche chilometro. Ma all’appuntamento non c’era nessuno e, quel che era peggio, neppure la colonna, rimasta attardata, compariva all’orizzonte. Gli unici tedeschi presenti laggiù facevano parte del piccolo reparto di una batteria antiaerea della Flak. Gli ufficiali italiani decisero allora di proseguire sulla Fiat, verso Stalingrado, per andare incontro ai tedeschi, che non potevano essere molto lontani. A un certo punto si fermarono: la città era lì, davanti ai loro occhi, distante non più di 20 chilometri. Quella città epica, simbolo della lotta del popolo russo e della sconfitta del nazifascismo, poteva essere raggiunta. Sarebbe bastato che un ufficiale dicesse, andiamo, andiamo avanti ancora un poco. Ma la pioggia, aumentava di intensità e non c’era da fidarsi, non c’era proprio da fidarsi, in quella terra di nessuno. Si decise allora di tornare indietro nel luogo dove le munizioni avrebbero dovuto essere consegnate ma, al sopraggiungere della sera nessuno era ancora arrivato: né i tedeschi, né la colonna dei camion italiani. Gli ufficiali avrebbero voluto consumare il rancio ma non potevano sapere che la colonna, con le cucine, era rimasta impantanata nel fango, laggiù, nella pianura. Cosa fare allora? Non rimaneva che chiedere ospitalità a quelli dell’antiaerea. Improvvisamente si scoprì che tra essi c’era un italiano, di Ortisei, che era stato chiamato alle armi proprio dai tedeschi. Venne accolto come un fratello, fu un grande abbraccio. Lui offrì del salame e del caffè, caldo. Chi avrebbe mai pensato di incontrare un italiano, laggiù, sul Volga. Chi sei? Come sei arrivato fin qui? I militari italiani, come bambini, avrebbero voluto sapere tutto di lui. Nel frattempo scendeva il buio. I tedeschi erano a loro volta meravigliati: quelli, erano i primi italiani a vedersi sul fronte di Stalingrado, i primi a passare il Don. Scendeva il buio e Stalingrado bruciava, in alto aeroplani andavano a bombardare la città. Scendeva il buio e c’era la necessità di pernottare. Dormirono in tre in una buca nel terreno, chiusa dal telo della tenda. Unica coperta: il cappotto militare, il cosiddetto pastrano. Non fu una notte tranquilla, il rumore degli aerei che andavano avanti e indietro da Stalingrado era continuo, incessante. E a mezzanotte, arrivò la pioggia. Le preoccupazioni di Luigi aumentarono: pioggia voleva dire macchine bloccate, in quel fango che tutto ricopriva. Ma poco dopo sentì arrivare il vento, un vento benedetto che avrebbe con ogni probabilità asciugato quel terreno melmoso. E, col vento, arrivò anche il sonno, un breve sonno durante il quale Luigi ritornò col pensiero a quei pochi mesi trascorsi nella terra dei girasoli.

11 luglio 2025