di Agostino Roncallo
Parigi lasciava uno straordinario senso di ebbrezza, e di libertà. Giacomo percepiva il senso di dignità che aveva il lavoro quando erano riconosciuti i diritti fondamentali degli operai. Un giorno aveva suonato alla sede della “Association franco-italienne des anciens combattants”, che era stata creata per garantire aiuti agli esiliati. Da quel giorno avrebbe sempre portato con sé quella tessera sulla quale era stampata, in evidenza, una frase: la Francia difende la libertà dei popoli. Chiunque fosse a difendere la libertà, era per lui importante. Gli piaceva il verbo “difendere” e quella parola, “libertà”. Gli sembrava che i due termini stessero bene insieme perché, pensava, la libertà non si può dare, esiste già, ma certamente si può togliere. Per questo, andava difesa. Nei giorni festivi poteva attraversare Parigi, a testa alta, percorrere a piedi i vicoli del Marais ed entrare laggiù, dove ci sono le luci giallognole di un caffè. L’orchestra suonava e la danza, era un vortice. I lampadari erano ampi e i cristalli riflettevano le luci dei tavoli, rotondi, rotondi come il movimento delle coppie, frenetico, volteggiante. La testa girava e nella fumosità dell’ambiente lo sguardo percepiva figure bianche, indaffarate dietro il banco. La testa girava girava e poi, più niente, come se qualcuno avesse rimescolato le carte dei suoi pensieri. Nel ricordo, la nebbia provocata dal fumo di quei sigari lasciava il posto all’aria tersa di un’alba alla Gare de Lyon. Due immagini così diverse del suo passato, si sovrapponevano, si dissolvevano l’una nell’altra. Giacomo aveva ora in mano il biglietto ferroviario n. 1853 sul quale era scritto PARIGI-PALLANZA. Il nome Parigi aveva corpo più piccolo rispetto a Pallanza che era la destinazione: che strano effetto, Parigi, la ville lumière, accanto alla piccola Pallanza! C’era anche una data, 1 Settembre 1939. Era iniziata la guerra, era giunto il momento di tornare. In Italia.
A Oggiogno la madre Giovanna lo aspettava e un giorno, dall’alto della “buca del cane”, vide un’automobile, salire. Prima o poi, Giacomo sarebbe tornato. Lo sapeva. Lui vide una donna, sola, in mezzo alla strada e capì. Scese dall’auto e le andò incontro, a piedi. Mamma sono qui, sono io, Giacomo.
Da quando ho acquistato una vecchia casa a Oggiogno, nel 1996, ho pensato più volte alla storia di Giacomo. E’ stato pochi giorni dopo il mio arrivo che un vicino di casa, avvicinandomi, mi dice: so che a lei piace la storia e allora mi sono permesso di portarle questa scatola. Una scatola? Sì, una scatola, ci sono molte lettere, magari, chissà, possono interessarla. Quelle lettere erano state spedite da Giacomo a sua mamma Giovanna e raccontavano di quel suo viaggio, così lungo, dei suoi sogni e delle sue speranze.
Percorrendo il filo al quale erano appesi, quei sogni, sono stato a Parigi, in Impasse Lisa e poi sulla Grand Rue che attraversa Thézey St. Martin. Lì abita oggi Pierre Thiebaut, forse, ho pensato, un discendente della famiglia che aveva ospitato Giacomo, forse un uomo che ricorda quei volti, quei luoghi. Nel villaggio sono rimasti circa duecento abitanti, l’abitato è pressoché lo stesso di un tempo e porta con sé la testimonianza di chi là, ha vissuto. Arrivarci non è stato facile: quelle strade, zigzaganti per confondere l’artiglieria nemica, come diceva Giacomo, erano anche, per lo più, interrotte da lavori in corso. Ad aggravare la situazione quelle colline, nulla rivelano allo sguardo. Per chi viene dall’Italia, abituato a vedere paesi costruiti sulle sommità, il disorientamento è grande: qui i villaggi non sono in alto ma sul fondo di quelle conche e da lontano si ha la sensazione di vedere un paesaggio incontaminato, non segnato dalla presenza dell’uomo. Si direbbe, un paesaggio mimetico. E quando, finalmente, ho trovato la strada che scende al paese, le ombre di quel tardo pomeriggio contrastavano la luminosità del cielo.
Ho cercato la casa di Pierre, ho incontrato sua moglie, mi ha spiegato che, la famiglia che aveva ospitato Giacomo era la sua, famiglia, e che al tempo viveva laggiù, in una casa sulla destra della vecchia chiesa. Era contenta di vedermi e io non mi sentivo un estraneo anche se, dopo tanto tempo, non era consueto che un italiano cercasse notizie di dei suoi parenti. No, non mi sentivo proprio un estraneo. In paese non era difficile orientarsi e gli spazi di un tempo erano gli stessi, stessa la discesa che portava a quella chiesa. L’unica differenza sono, oggi, le automobili, parcheggiate sui due lati della strada. Allora mi sono avviato verso quella chiesetta dalla facciata spoglia, illuminata dal sole. Come un tempo, non c’era anima viva. Solo sole, e luce, luce intensa, abbagliante. Due immagini erano per così dire, sovrapposte; quella presente e quella di una antica cartolina dove, proprio al centro della carreggiata, un uomo, unica presenza vivente in quel paesaggio deserto, si avvicinava al punto in cui doveva trovarsi il fotografo e dove, in quel momento, mi trovavo io. Era passato un secolo, tutto era cambiato intorno a noi o, forse, non era cambiato nulla. Vorrei chiedergli: sei tu?
3 giugno 2025
4. Continua





